Libertà intellettuale, libertà vitale

Ho effettuLIBERT1ato la mia iscrizione all’UAAR (unione degli atei e degli agnostici razionalisti) per l’anno 2016; prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, particolarmente su quanto fosse coerente una scelta simile proprio perché non ho mai fatto mistero della mia fede. Una opzione simile è principalmente una scelta politica, per quanto si possa definire politico un atto associativo. Ho sempre creduto nell’importanza della laicità dello Stato, laicità che non vuol dire necessariamente ateo, bensì logico; una logicità, però, non collegata alla disumanizzazione dello Stato in quanto tale. Anche uno Stato laico deve porsi, quindi, questioni etiche senza eluderle. La mia scelta è dipesa dal fatto di essere consapevole (da sempre) di un’ingerenza invadente della Chiesa Cattolica romana negli affari di Stato (per qualche accenno sul potere cattolico si veda l’intervento del Deputato Mattia Fantinati al meeting di Comunione e Liberazione). Come si concilia, però, una scelta simile col mio stato “spirituale” di fede? Continua a leggere

Il mio saluto a Massimo La Zazzera

Mi rendo conto di essere fuori dal mondo, ma ieri, proprio attraverso Rosaria Iodice (presidente dell’associazione Il Liocorno), mi è arrivata la notizia, abbastanza nota e diffusa, che Massimo La Zazzera, il flautista foggiano, è morto lo scorso agosto. Un arresto cardiaco lo ha colto nella notte a 39 anni, dopo essersi esibito in una serata musicale. E’ stata una doccia fredda! Massimo La Zazzera è andato via così, dopo aver fatto, a quanto pare, quel che più amava, lo so perchè lo sento, perchè si vedeva da come suonava, dallo sguardo e dal piacere del fanciullo appagato. Io non lo conoscevo, ma ho avuto l’onore e il piacere di presenziare in prima fila in un ormai raro concerto di musica irlandese dove duettava isiame a Giuseppe Porsia. Rosaria mi ha detto che i giornali, per riportare la notizia e la testimonianza della musica di Massimo La Zazzera, hanno utilizzato il mio filmato amatoriale che realizzai quella sera e che pubblicai successivamente nel mio canale YouTube insieme ad un altro filmato. Vi riporto solo un brano nel blog, il mio preferito, in memoria di Massimo La Zazzera, della sua arte e della sua gioia fanciulla che aveva e trasmetteva quando suonava.

Siate affamati, siate folli!

Non è un caso la scelta di voler pubblicare questo discorso nel mio blog, proprio il 24 novembre, al compimento dei miei 33 anni. Ritengo che certe affermazione di Jobs siano giuste non perchè carine, ma perchè vere. Sono in un momento delicato nella mia vita (come si può evincere da alcuni post precedenti), ma questo post vuole essere l’ augurio speciale a me stessa per ritrovare quella fede che ho perso, di cui lo stesso Jobs parla, perchè quell’energia esiste, l’ho vissuta, ne ho la testimonianza, ma quando nella vita capitano eventi dolorosi più grandi che non dipendano da te, l’energia di quella fede può essere orientata altrove, può essere deviata (distratta) e lasciata spegnere come una timida fiammella. I compiti più difficili nella vita sono: custodire la fede nella perseveranza, riconquistarla quando la si perde e acquisirla quando non la si conosce. Io l’ho conosciuta, l’ho conquistata e l’ho persa, adesso mi tocca riconquistarla, ma per fare questo ho bisogno di riappropriarmi di scelte di vita coraggiose perchè rischiose. Nella speranza che i “puntini”, anche quelli apparentemente insignificanti, possano riconnettersi. Tutto questo significa andare avanti proseguendo una strada che viene illuminata a piccoli tratti dalla luce della nostra auto, perchè solo quel tratto, nella notte buia, ci è concesso di vedere. Questo è l’augurio che faccio per me e per voi che leggete da sempre questo blog (siete incredibilmente tanti). Il mio augurio sincero è quello di trovare, riconoscere, custodire e coltivare l’energia-fede che alberga in quella piccola espressione del “divino” che è l’Io e per fare questo, a quanto pare, bisogna seguire quello che il caro Steve Jobs ha suggerito:

<<Siate affamati, siate folli!>>

La depressione del guerriero II

Uno degli eventi più drammatici che possano accadere nella vita intellettuale e che può accadere a molti intellettuali, è avere consapevolezza di ciò che sia la cosa giusta per sé, ma non essere perfettamente coerenti con ciò che si sa bene razionalmente. E’ come essere innamorati, consapevoli che quella persona non sia la persona giusta, ma non riuscire a lasciarla perché emotivamente coinvolti. Gli eventi della nostra vita sono costellati da un’oscillante dicotomia di pensiero (ragione) e azione (vita, ontos), forse è proprio questo il problema, i due mondi si combattono e si intrecciano costantemente in una dolorosa performance di contraddizioni e coerenze che fanno parte delle fasi della nostra vita. Le nostre vite, in questo modo, sono il teatro di queste rappresentazioni. Molte volte le risposte che cerchiamo altrove sono custodite dentro di noi, le abbiamo sempre sapute, sono sempre convissute con noi, perché noi siamo l’evoluzione delle nostre stesse domande; è questo, in fondo, il segreto della filosofia. In barba a chi vede questa “disciplina” come una forma di conoscenza che si pone domande astratte e irreali, la vera filosofia è l’esatto contrario; si pone domande sulla vita. La vita, però, è una vertigine sublime e non è detto che noi possiamo essere pronti per “recepire” certe risposte e, di conseguenza, “carpirle”. Per questo la filosofia è un percorso di vita, prima che una disciplina o materia; per questo, essendo un percorso di vita, di tutta la vita, non può essere definita una  professione. Da questa esperienza di vita, però, si possono far derivare delle professioni come il modernissimo o postmoderno consulente filosofico (counselor), ma non è detto che tutti i professionisti di questo mestiere siano filosofi. Del resto non tutti i laureati in filosofia e/o i docenti di filosofia possano considerarsi filosofi. L’impercettibile difficoltà nel fare propria questa “disciplina”  fa comprendere che non è una questione burocratica, bensì essa sfocia in una disposizione ontologica quasi “religiosa”. La filosofia è nell’essere dell’uomo, di un uomo con le sue contraddizioni, le sue dicotomie tra il sapere cosa è giusto e ciò che si fa veramente.

<<Nessuno può trarre dalle cose, compreso i libri, più di quanto già non sappia. Per ciò di cui non si ha esperienza, non si hanno orecchie>>.

A.    Schopenhauer

Dentro di noi abbiamo le risposte, sappiamo come guarire, sappiamo come superare, forse, l’ostacolo maggiore, noi stessi: le risposte sono nella libreria della nostra vita, tra i libri letti e quelli che ci siamo ripromessi di leggere.

La risposta al mio problema, alla mia apatia, è conservata nella mia libreria, ma la malattia dello spirito è la privazione dell’energia, di quell’energia che ti permette di allungare il braccio e andare a prendere quello che desideri, iniziare, così, un percorso; il problema è capire, quindi, cosa desideri. C’è forse la paura, non tanto inconscia, di sbagliare strada, soprattutto alla mia età. Mi rendo conto che è meglio sbagliare che rimanere fermi; così insegnano a coloro che vengono addestrati alla sopravvivenza nei contesti insidiosi come la natura selvaggia: bisogna sempre muoversi anche se si sta sbagliando strada, e mai rimanere fermi nello stesso punto. La questione è trovare quell’energia minima sufficiente (quelle motivazioni) per spingerti a spostarti in una direzione piuttosto che in un’altra. Ecco, la depressione del guerriero!

La depressione del guerriero I

La mia depressione, il mio dolore, la mia divisione più grande, la scissione, è un’autocritica che ha preso forma dopo gli anni accademici, al termine dei miei studi universitari.

Tutto ha inizio con una domanda: si può essere filosofi o continuare ad esserlo, “sporcandosi le mani”? Oppure ha inizio con una affermazione: è troppo facile fare i filosofi, i saggi e/o  i giusti quando si predica da dietro una scrivania, protetto da mura intoccabili; è troppo facile quando l’io è nella culla di un luogo che, a prescindere da te, ti conferisce rispetto, riconoscimento e soprattutto identità. In una battuta è troppo facile vivere in pace con se stessi e col mondo facendo “l’eremita”.  Io eremita non sono e, volente o nolente, mi sono ritrovata a mettere le mani in pasta. La fiducia in sé vacilla; l’ostilità nel confronto è estenuante, le certezze non cadono, ma vengono sommerse da una quotidiana banalità, oltre che dai problemi mondani.  L’ovvietà e la mediocrità sono la zizzania che cresce assieme all’erba buona e, a volte, quest’ultima, per un periodo di tempo, smette anche di crescere. Una mattina, non casuale, ci si sveglia e ti accorgi che hai smesso di domandare e così lo spettro dell’uomo comune da cui sei sempre fuggito è diventato compagno di vita.

Mettendo le mani in pasta, entrando a contatto con la vita attiva, spesso si perde la bussola e soprattutto la può perdere chi l’ha sempre avuta. Si può essere o si può tornare ad essere filosofi anche stando nel mondo? Questa è la domanda a cui sto cercando di rispondere. “Gli spazi” che il sé deve procurarsi sono di vitale importanza. La domanda per l’interminabile conoscenza di se stessi deve necessariamente trovare il suo tempo in un “tempio dedicato” dove il resto del mondo non può entrare, perché è il tempo dell’esplorazione, è il tempo dove, per dir così, si tirano le somme.

Non voglio filosofeggiare su questa questione, almeno non alla vecchia maniera; mi rendo conto solamente che adesso è arrivato il momento di capirci un po’ di più tirando i remi in barca e meditando sulla sostanza delle esperienze vissute negli ultimi anni e nel corso di questo tempo  che mi accingo a vivere nel bene e nel male.

Certe cose riuscivo a leggerle perché avevo in me la scintilla per poterle leggere. Ero io che vivevo, in primis, quelle cose dentro di me. Era la mia esperienza, per questo certe questioni riuscivo a com-prenderle, a penetrarle.

Come un principiante devo imparare nuovamente a morire, devo “essere per la morte” come sapevo fare un tempo, e so già che esserlo oggi sarà comunque diverso da come lo era ieri.

Devo ricordarmi e reimparare ad essere degna della Filosofia, di quella Filosofia che viveva, e che forse ha sempre vissuto, dentro di me, ma non è questo il punto perché questo post si chiama: la depressione del guerriero e il problema, appunto, non è tutto qui, nella mia filosofia.

I giovani stanno male – compagni di scuola

I ragazzi, nei giorni scorsi, hanno continuato a contestare la riforma Gelmini. Avendo vissuto da vicino le contestazioni studentesche (documentate dalle riprese da me realizzate – vedi canale YouTube), ormai, per adesso, aggiungere altro mi sembra inutile, anche perché la mia opinione del tutto, bene o male, l’ho già espressa in un altro post. Sono solo sempre più consapevole del decadimento della scuola pubblica italiana, ma soprattutto dei tagli realizzati nell’ambito della ricerca. Insomma, l’istruzione e la cultura, in Italia, sono l’ambito tra i più sviliti (il caso di Pompei). Ho un senso di paura e di profonda tristezza nei confronti degli italiani di domani, di quelle che sono le generazioni attuali e gli uomini e le donne del futuro, i cittadini. Rivisitando le parole di Galimberti, questo pensiero è per i giovani perché i giovani stanno male. Il futuro è sempre più incerto, le idee sono più confuse: com’è difficile essere giovani, oggi, soprattutto se sei italiano!

Questa canzone che ho postato è una canzone per noi, per non dimenticare la musica che abbiamo dentro, la voglia di reagire anche vivendo la nostra quotidianità. Questa canzone è per noi che non dobbiamo arrenderci ai tiranni, piccoli o grandi, per noi che vorremmo una vita semplice e più clemente, ma invece…

Pop Art – Andy Warhol

Con molta sincerità ammetto che considerare arte l’arte popolare, come la intende la Pop art, lo trovo strano più che stravagante. Nel caso della pop art di Andy Warhol l’oggetto comune si fa opera  d’arte e stravolge quella che dovrebbe essere la caratteristica principale dell’arte vera e propria, ovvero l’opera che proviene da un atto d’intuizione che si crea nell’istante e durante tutto il tempo della sua realizzazione, invece nella pop art, a quanto pare, quest’atto stesso viene, appunto, stravolto. Questo genere, infatti, è l’elogio dell’appariscenza, o dell’estetica del seriale, del prodotto di massa, e, a mio avviso, la sconfitta dell’intuizione artistica in quanto tale, anche se non è, comunque, la negazione della creatività. Persino il prodotto seriale implica, soprattutto per chi ne deve elaborare il suo lancio nel mercato, un atto che necessita quell’attrativa fondamentale che porta all’accrescimento di interesse verso il prodotto stesso. Effettivamente, Andy Warhol, a quanto pare, era il primo a stupirsi del fatto che i suoi lavori avessero un prestigio tale da poter essere venduti all’asta a prezzi elevati.

Alla Fiera del Levante di Bari (Puglia) del 2010, dall’11 al 19 settembre, sono state esposte 21 opere di Andy Warhol, opere che vanno da barattoli firmati, a foto, a serigrafie. Di seguito ho fotografato quelle che più mi hanno colpita, in particolar modo questa serigrafia di fiori: dal vivo il colpo d’occhio è suggestivo, i colori sono in rilievo, sembrano fuoriuscire dal manifesto stesso, se non ricordo male ve ne sono 100 copie firmate di quest’opera. Più sotto, l’inconfondibile campione nello sport e nella vita Mhoamed Alì e infine un olio su tela di Liza Minnelli.

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