Libertà intellettuale, libertà vitale

Ho effettuLIBERT1ato la mia iscrizione all’UAAR (unione degli atei e degli agnostici razionalisti) per l’anno 2016; prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, particolarmente su quanto fosse coerente una scelta simile proprio perché non ho mai fatto mistero della mia fede. Una opzione simile è principalmente una scelta politica, per quanto si possa definire politico un atto associativo. Ho sempre creduto nell’importanza della laicità dello Stato, laicità che non vuol dire necessariamente ateo, bensì logico; una logicità, però, non collegata alla disumanizzazione dello Stato in quanto tale. Anche uno Stato laico deve porsi, quindi, questioni etiche senza eluderle. La mia scelta è dipesa dal fatto di essere consapevole (da sempre) di un’ingerenza invadente della Chiesa Cattolica romana negli affari di Stato (per qualche accenno sul potere cattolico si veda l’intervento del Deputato Mattia Fantinati al meeting di Comunione e Liberazione). Come si concilia, però, una scelta simile col mio stato “spirituale” di fede? Continua a leggere

La demagogia politica

Durante una mia ricerca online, col desiderio di comprendere  meglio il termine demagogia, mi sono imbattuta in quella che considero forse la spiegazione più profonda di tale termine. Ovviamente l’enunciato migliore proviene da una mente filosofica, esattamente, in un forum di filosofia un utente ha ritenuto necessario esplicitare il significato effettivo di una parola che spesso viene riscontrata come atteggiamento politico; in questi tempi di crisi, poi, ne stiamo vedendo tanta di demagogia e i salvatori della patria spuntano come funghi con i loro programmi. Ma vediamo cos’è veramente la demagogia politica. Continua a leggere

La depressione del guerriero I

La mia depressione, il mio dolore, la mia divisione più grande, la scissione, è un’autocritica che ha preso forma dopo gli anni accademici, al termine dei miei studi universitari.

Tutto ha inizio con una domanda: si può essere filosofi o continuare ad esserlo, “sporcandosi le mani”? Oppure ha inizio con una affermazione: è troppo facile fare i filosofi, i saggi e/o  i giusti quando si predica da dietro una scrivania, protetto da mura intoccabili; è troppo facile quando l’io è nella culla di un luogo che, a prescindere da te, ti conferisce rispetto, riconoscimento e soprattutto identità. In una battuta è troppo facile vivere in pace con se stessi e col mondo facendo “l’eremita”.  Io eremita non sono e, volente o nolente, mi sono ritrovata a mettere le mani in pasta. La fiducia in sé vacilla; l’ostilità nel confronto è estenuante, le certezze non cadono, ma vengono sommerse da una quotidiana banalità, oltre che dai problemi mondani.  L’ovvietà e la mediocrità sono la zizzania che cresce assieme all’erba buona e, a volte, quest’ultima, per un periodo di tempo, smette anche di crescere. Una mattina, non casuale, ci si sveglia e ti accorgi che hai smesso di domandare e così lo spettro dell’uomo comune da cui sei sempre fuggito è diventato compagno di vita.

Mettendo le mani in pasta, entrando a contatto con la vita attiva, spesso si perde la bussola e soprattutto la può perdere chi l’ha sempre avuta. Si può essere o si può tornare ad essere filosofi anche stando nel mondo? Questa è la domanda a cui sto cercando di rispondere. “Gli spazi” che il sé deve procurarsi sono di vitale importanza. La domanda per l’interminabile conoscenza di se stessi deve necessariamente trovare il suo tempo in un “tempio dedicato” dove il resto del mondo non può entrare, perché è il tempo dell’esplorazione, è il tempo dove, per dir così, si tirano le somme.

Non voglio filosofeggiare su questa questione, almeno non alla vecchia maniera; mi rendo conto solamente che adesso è arrivato il momento di capirci un po’ di più tirando i remi in barca e meditando sulla sostanza delle esperienze vissute negli ultimi anni e nel corso di questo tempo  che mi accingo a vivere nel bene e nel male.

Certe cose riuscivo a leggerle perché avevo in me la scintilla per poterle leggere. Ero io che vivevo, in primis, quelle cose dentro di me. Era la mia esperienza, per questo certe questioni riuscivo a com-prenderle, a penetrarle.

Come un principiante devo imparare nuovamente a morire, devo “essere per la morte” come sapevo fare un tempo, e so già che esserlo oggi sarà comunque diverso da come lo era ieri.

Devo ricordarmi e reimparare ad essere degna della Filosofia, di quella Filosofia che viveva, e che forse ha sempre vissuto, dentro di me, ma non è questo il punto perché questo post si chiama: la depressione del guerriero e il problema, appunto, non è tutto qui, nella mia filosofia.

La vita filosofica

Riprendere gli studi, anche se, in un certo senso, sono di natura un po’ diversa dalla filosofia, mi sta facendo capire molte cose. Prima di tutto: studiare filosofia è incredibile! l’oggetto della filosofia è difficile da definire, infatti, chi non ha avuto un minimo di curiosità riguardo alla metafisica ha estrema difficoltà a definire cosa si studia con tale disciplina. Poi, essendo difficile l’oggetto della filosofia, è ovviamente difficile e impegnativa la speculazione, col termine difficile intendo dire che la filosofia è un’attività del pensiero estremamente impegnativa e che tende ad affaticare e a scuotere emotivamente, o ontologicamente, chi la applica.

Per quello che mi riguarda, solamente adesso, a un anno e mezzo dalla laurea, avendo avuto un distacco disciplinare, ma non emotivo, e avendo orientato i miei interessi anche verso altre direzioni, mi rendo conto che la filosofia è una disciplina difficile e impegnativa da studiare/vivere. Per questo, non sono tanti i filosofi oggi, anche se sono molti coloro che credono di esserlo. In alcuni momenti mi chiedo: ma come ho fatto? come ci sono riuscita? Risposte le trovo nella mia storia o, ancora meglio, nella storia del mio essere. Già da adolescente avevo tendenze riflessive molto forti, sicuramente difficoltà sociale, anche scolastica, ma una forte capacità di elaborazione, la mia vita era un continuo stato di immersione in una realtà ermeneutica e, tutto questo, era un gran piacere, la mia isola felice. Le difficoltà c’erano, ma la curiosità era tanta. Così ho sviluppato quel desiderio, amore o “amicizia” nei confronti del domandare filosofico. Molti non conoscono l’oggetto della filosofia perchè credono che sia un qualcosa di specifico da sapere o, ancora peggio, un’insieme di dati astratti, coloro non potranno mai “sentire” la filosofia, perchè ignorano la domanda filosofica che è una condizione. Il domandare filosofico è uno stato continuo e mutevole dell’essere dell’io, a questo punto: che pretesa si ha nei confronti di una disciplina che rispecchia così bene la condizione umana, ovvero la condizione di mutevolezza della vita?!

Se non si hanno risposte accurate a questa domanda, consapevoli e soprattutto provenienti da un’esperienza considerevole di attività filosofica, è bene cambiare strada, dedicarsi ad altro: la filosofia deve essre fatta da filosofi non da improvvisati!

Essere filosofi vuol dire “respirare philosophicamente”


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