La depressione del guerriero I

La mia depressione, il mio dolore, la mia divisione più grande, la scissione, è un’autocritica che ha preso forma dopo gli anni accademici, al termine dei miei studi universitari.

Tutto ha inizio con una domanda: si può essere filosofi o continuare ad esserlo, “sporcandosi le mani”? Oppure ha inizio con una affermazione: è troppo facile fare i filosofi, i saggi e/o  i giusti quando si predica da dietro una scrivania, protetto da mura intoccabili; è troppo facile quando l’io è nella culla di un luogo che, a prescindere da te, ti conferisce rispetto, riconoscimento e soprattutto identità. In una battuta è troppo facile vivere in pace con se stessi e col mondo facendo “l’eremita”.  Io eremita non sono e, volente o nolente, mi sono ritrovata a mettere le mani in pasta. La fiducia in sé vacilla; l’ostilità nel confronto è estenuante, le certezze non cadono, ma vengono sommerse da una quotidiana banalità, oltre che dai problemi mondani.  L’ovvietà e la mediocrità sono la zizzania che cresce assieme all’erba buona e, a volte, quest’ultima, per un periodo di tempo, smette anche di crescere. Una mattina, non casuale, ci si sveglia e ti accorgi che hai smesso di domandare e così lo spettro dell’uomo comune da cui sei sempre fuggito è diventato compagno di vita.

Mettendo le mani in pasta, entrando a contatto con la vita attiva, spesso si perde la bussola e soprattutto la può perdere chi l’ha sempre avuta. Si può essere o si può tornare ad essere filosofi anche stando nel mondo? Questa è la domanda a cui sto cercando di rispondere. “Gli spazi” che il sé deve procurarsi sono di vitale importanza. La domanda per l’interminabile conoscenza di se stessi deve necessariamente trovare il suo tempo in un “tempio dedicato” dove il resto del mondo non può entrare, perché è il tempo dell’esplorazione, è il tempo dove, per dir così, si tirano le somme.

Non voglio filosofeggiare su questa questione, almeno non alla vecchia maniera; mi rendo conto solamente che adesso è arrivato il momento di capirci un po’ di più tirando i remi in barca e meditando sulla sostanza delle esperienze vissute negli ultimi anni e nel corso di questo tempo  che mi accingo a vivere nel bene e nel male.

Certe cose riuscivo a leggerle perché avevo in me la scintilla per poterle leggere. Ero io che vivevo, in primis, quelle cose dentro di me. Era la mia esperienza, per questo certe questioni riuscivo a com-prenderle, a penetrarle.

Come un principiante devo imparare nuovamente a morire, devo “essere per la morte” come sapevo fare un tempo, e so già che esserlo oggi sarà comunque diverso da come lo era ieri.

Devo ricordarmi e reimparare ad essere degna della Filosofia, di quella Filosofia che viveva, e che forse ha sempre vissuto, dentro di me, ma non è questo il punto perché questo post si chiama: la depressione del guerriero e il problema, appunto, non è tutto qui, nella mia filosofia.

Al ritorno dalla Valle degli Elfi …in attesa del treno (le stragi e le guerre)

http://www.vitobarone.it/altamura/altastor.htm (qui il sito da dove è tratta l’immagine)

Nella mia lunga attesa, al ritorno dalla valle degli elfi, noto, all’interno della sala d’aspetto, la lapide in memoria delle << vittime del terrorismo fascista >> del 2 agosto 1980. Per terra c’è una specie di transenna che lascia spazio ad una parte del pavimento che sembra appositamente ristrutturato, lascia l’idea di una voragine, al suo centro vi è deposta una rosa che mi dà una profonda malinconia mista a tristezza per le vittime elencate sulla lapide, vittime, in fondo, delle ideologie idiote, che siano di destra o di sinistra o di qualsiasi altra bandiera: ci sono cose che, sinceramente, non riesco a mandare giù. Non ricordo in quale documentario si ricordava che le guerre, di ogni specie, la più grande violenza effettiva che queste comportano è che annullano le individualità. Gli uomini, i singoli uomini, con le loro storie, con i loro vissuti ed emozioni vengono annullati; nelle guerre queste differenze non contano più, non solo quando provocano la morte, ma anche nel dolore che lasciano ai sopravvissuti. In fondo ci si sforza di ricordare collettivamente nelle commemorazioni, ma risulta sempre l’atro che non ci appartiene come essere che ci tocca, come individualità.

Le stragi, come le guerre, sono la più grande e la più violenta forma di omologazione!

Bologna 17 agosto 2008  h 19:50

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