Maria Maddalena santa o peccatrice

Uno dei personaggi più controversi della storia cristiana, Maria Maddalena (di Magdala) sicuramente è una presenza importante nella vita del Cristo, più di quanto la Chiesa canonica abbia fatto trapelare, infatti una Chiesa fondata sul ministero di Pietro è volontariamente maschile o maschilista. La figura di Maddalena, però, non si può prestare alle recenti speculazioni da new age, in quanto prive di fondatezza storica (non va dimenticato infatti che ciò che è possibile non è reale).

Atlantide dedica attenzione a una Personalità sicuramente da rivalutare nella storia del Cristianesimo e della civiltà europea.

Prodotto: Atlantide

Genere: Religione

Durata: 45:19

Annunci

Gli elfi: il corno e l’inconscio

Immersa in questa civiltà, tornata alla solita vita fra progetti, studio, problemi; in certi momenti, come flasch, ritornano immagini della mia permanenza elfica, ma ho bisogno di riattualizzare, di prolungare in un mio presente quelle immagini per far si che quel vissuto riviva dentro di me. Adesso ho bisogno di ricordare per vivere, ma ho anche bisogno di vivere per ricordare.

Domenica mattina un suono strano penetra nel sonno prima del risveglio, sono in dormiveglia e un’immagine si presenta nella mente evocata prepotentemente da questo suono esterno alla mia stanza. Il suono del corno, una specie di corno che è presente in tutti villaggi elfici, questo viene suonato sempre prima del pranzo e prima della cena, è un’abitudine elfica che serve anche a richiamare qualche ospite passante nella zona, o altri abitanti di altri villaggi che si trovano nei dintorni così, nel caso volessero, potrebbero unirsi ai commensali del villaggio interessato. A volte capitava di sentire dal villaggio in cui ho alloggiato, attraverso la vallata, il suono del corno di un altro villaggio: era bello, un atto ancestrale e arcaico. Così, dopo i primi giorni della mia permanenza, anch’io mi sono cimentata nel suono del corno. I primi soffi nella bocca del corno sono sempre, per tutti, fallimentari, ma dopo il terzo o il quarto tentativo partiva il suono giusto, cupo e robusto, che si faceva eco nella vallata. E’ il richiamo per i momenti più tipici di socializzazione della vita elfica, il pranzo e la cena, dove spesso si trova l’opportunità di intraprendere lunghe conversazioni con gente che vi alloggia come te o che il giorno dopo non rivedevi più; come nella vita, alcune persone ti accompagnano per un tratto, le perdi strada facendo, se ne vanno o vai via tu, puoi perderle di vista per sempre o puoi anche ritrovarle dopo una lunga lontananza, oppure puoi svegliarti all’improvviso e scoprire che non sei più tu e non sei più quello di prima, ma non è successo all’improvviso, diventi consapevole che stavi già cambiando, lentamente, nei piccoli passi del quotidiano. L’inconscio sa molte più cose della ragione e delle ragioni del buon senso, sente molte più cose delle ragioni del nostro Io assuefatto dai costumi conformisti.

Bari, 7 settembre 2008

Essere nel fare senza essere schiavi del “dover essere”: gli elfi sono liberi di essere

Sono trascorsi tre giorni dal mio rientro e se devo essere sincera mi è presa una grossa malinconia mista a nostalgia, dovrei pensare alla tesi da finire, a quello che vorrei fare dopo la laurea e invece sono qui a scrivervi e già a meditare un’altra partenza per le montagne pistoiesi fra gli amici elfi (mi sono persino comprata un altro zaino più leggero di quello che ho). So già che quando ritornerò, se ritornerò, non sarà più lo stesso, perchè tutto cambia, cambio io, il modo di vivere e vedere le cose, saranno cambiati loro, insomma, come ogni cosa della natura, qualcosa si sarà trasformato. Meditare sul fatto che non penso al mio post-laurea, mi ha fatto tornare in mente il confronto che ho avuto con alcuni ospiti dell’Aldaia. Questi mi hanno ricordato che, nel mondo comune, il modo di vivere la conoscenza immediata è basato sul fare, mi spiego meglio: intendo dire che la prima cosa che si chiede dopo il nome, a una persona, è cosa fa questa nella vita, il fare è culturalmente il centro nevralgico della nostra società. Dagli elfi ho notato che nessuno mi ha mai chiesto cosa facevo nella vita, semplicemente, dopo ho capito che loro non concepiscono la persona per quello che fa in senso stretto, ovvero puramente dal punto di vista dell’occupazione, alcuni sociologi lo definirebbero dal punto di vista dello status sociale, ma semplicemente per quello che è, quello che fa una persona è solo una parte, però non primaria. Mi è sembrato che fra gli elfi, per quel tipo di stile di vita, emerge la componente del fare in senso più totale, non strettamente inteso verso un mestiere che si svolge. Infatti, io stessa in quel contesto non vedevo ognuno di loro per il ruolo che svolgevano nella comunità, anche perchè il ruolo è abbastanza versatile, ma li vedevo, e adesso li ricordo, con le caratteristiche del loro modo di essere, di porsi: è, quindi, tutta la persona che si presenta a livello socio-interpersonale, la singola persona non viene ridotta al suo lavoro e, di conseguenza, non è nemmeno qualificabile ad uno status. La prima persona che mi ha chiesto cosa facevo nella vita, infatti, era un ospite come me, ma gli elfi non me l’hanno mai chiesto, solo sentendomi parlare, in altre conversazioni, credo abbiano potuto capire cosa facevo nella vita. L’impegnarsi in attività per la sopravvivenza sembra non sia un prestigio particolare, ma semplicemente un giusto darsi da fare, il resto del proprio modo di essere è espresso per quello che è, ma soprattutto è espresso senza frenesia, senza doversi dare da fare per far vedere che si è utili; il fare elfico è invece un fare naturale, spontaneo, un fare dove si percepisce la volontà piacevole di dare una mano alla comunità per il solo fatto che fa piacere aiutare il gruppo verso cui si ha stima e simpatia. Questo è quello che ho sentito, un fare senza alienazione dall’idea di “dover fare“, ma un fare che è donazione spontanea nella collaborazione e nel piacere della condivisione.

Dopo tre giorni, tornata a Bari, sono uscita di casa, avevo come il rifiuto della “civiltà” di fuori e ho ancora difficoltà a riprendere i contatti con alcuni amici, il web è l’unico momento di socializzazione che adesso mi sto concedendo.

Fra un popolo nudo per una terra fertile

A giorni mi cimenterò in una esperienza di montagna che definisco al di là dell’idea di escursione. La zona è in Toscana, tra le montagne pistoiesi. Mi ritroverò in villaggi di gente che amano chiamarsi elfi, come i personaggi fantastici. Questa gente intorno agli anni ’70 ’80 si è trasferita in alta montagna occupando terre senza proprietà, brevemente, per il rifiuto ideologico dei principi della civiltà come ad esempio il consumismo esagerato, infatti, una delle caratteristiche di questi villaggi, anzi forse la caratteristica essenziale, è l’autoproduzione, ovvero consumano quel che essi stessi producono. Possiamo immaginare che gli elfi abitando nei piccoli villaggi privi di comodità che noi conosciamo, hanno uno stile di vita legato a quel che la terra offre quotidianamente e stagionalmente.

La mancanza di acqua corrente e per questo il dover stare in una condizione di igiene un po’ precaria, dal punto di vista di una civilizzata, mi desta un po’ di preoccupazione, ma in questo vorrei confidare nella natura perchè è vero che una scarsa igiene può portare problemi dal punto di vista igienico-sanitario, ma è altrettanto vero che condizioni, ovviamente non eccessive, di scarsa igiene aiutano a migliorare la funzione delle difese immunitarie. Un professore della facoltà di medicina di un mio amico, prima di iniziare la sua consueta lezione, esclamava: “beata sporcizia!” E se davvero un po’ di sporcizia ci aiuta, allora che ben ben venga anche questa.

Forse l’impatto più forte che potrò subire è quello di costume, nel vero senso della parola, ovvero l’impatto che riguarderà esattamente una cultura priva di strutture mentali della nostra civiltà. Per non dilungarmi troppo in giri di parole vi pongo un esempio chiaro: l’amico che mi ha invitata a vivere questa mia permanenza elfica, mi ha detto che molto probabilmente li troveremo a lavorare nei campi completamente nudi. Avete letto bene, completamente nudi; questo può essere, per me che sono ancora abitudinariamente legata alla civiltà, una fonte di imbarazzo, ma confido nel senso dell’assuefazione di cui noi esseri umani siamo disposti. Con tutta sincerità credo che, come abbiamo acquisito l’abitudine del pudore, delle maniere a tavola ecc. e, ancora più profondamente, del senso di colpa, possiamo anche ritrovare i modi più naturali di convivenza reciproca e di adattamento senza tutte quelle sovrastrutture create nella storia della civiltà, sovrastrutture che forse sono la vera causa delle nostre nevrosi.

In cuor mio, vista la consapevolezza di dover dare una mano nei campi, spero di non fare la solita figura della civilizzata che non riesce a tenere in mano nemmeno un attrezzo e che riesca a rendermi utile dando loro un aiuto sopportando la fatica del lavoro fisico, ma soprattutto spero che questa esperienza, più di ogni altra cosa, possa arricchirmi dal punto di vista umano, facendomi superare certe nevrosi e rigenerandomi, in questo modo, nel corpo e nello spirito con l’aiuto di Dio.

Vi aggiornerò nel caso dovessero venirmi altri pensieri.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: