I Diari della Motocicletta

Nel 1952 due giovani argentini, Ernesto Guevara, studente di medicina e Alberto Granado, biochimico, si mettono in viaggio per scoprire la vera America Latina, in sella ad una sgangherata Norton 500 del 1939.

Il film è sorprendente sereno, non vi è nulla di rocambolescamente rivoluzionario, ma esalta, invece, la vera forza delle idee che si “fanno stradagiorno dopo giorno, passo dopo passo, attraverso una continua, lenta ed anche silenziosa, evoluzione. In questo film la vera protagonista è la coscienza.

Prodotto: FilmFour 2003

Genere: Drammatico

Durata: 126 min.

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Eluana Englaro deve vivere (anche se purtroppo la faranno morire)

In questi due giorni dall’ultimo articolo scritto, non ho potuto fare a meno di riflettere ulteriormente del caso Eluana Englaro. Ho sostenuto, infatti, che il vero cristiano non ha un attaccamento alla vita terrena, questo lo confermo ancora, ma riguardo al delicato scarto fra la morte causata e la morte personalmente decisa da sè (caso Welbi), credo di aver fatto un errore. Lo scarto è fondamentale, ma soprattutto è delicatamente importante, per la questione, comprendere se sia giusto che siamo noi a dover decidere e disporre della vita di un altro: io credo di no, per tante ragioni. Chi, a favore della morte di Eluana, considera il testamento biologico, come il padre, credo che tale testamento non faccia testo. Ora, la ragione di ciò è nel fatto che noi quando siamo ancora nelle nostre piene facoltà non solo decisionali, ma anche sensorio-motorie, è normale che l’idea dell’immobilità, della non vitalità, ci è assolutamente impensabile: ci fa orrore. Ma lo stato vegetativo è comunque uno stato vitale, se non si considera questo vuol dire che non si ritiene vivente anche la vita di una pianta qualsiasi. La vegetatività non è un buon motivo per considerare, chi è in quello stato, non vivente, ma altre ragioni, più tecnico-scientifiche, mi fanno sostenere la non giustezza della morte provocata ad Eluana Englaro. Chi ci fa crede che in quello stato la coscienza sia  inesistente? Dal punto di vista di alcune teorie all’avanguardia con le neuroscienze, Eluana starebbe come in un continuo stato di sonno, come se fosse addormentata. Quando noi dormiamo possiamo continuare a percepire sensazioni esterne, come il dolore provocato da una nostra posizione scorretta, anche di tipo uditive: questo è ciò che la scienza attuale e l’esperienza ci dicono. Lo stato di assenza locomotoria del corpo non implica necessariamente, quindi, l’assenza delle percezioni. Eluana, lo ripetiamo, è come se stesse dormendo. L’elettroencefalogramma le riconosce attività vitale, il corpo di Eluana potrebbe addirittura permetterle di diventare madre. Almodovar trasse una parte di un suo film su questa possibilità. Voglio chiarire che quello che ho scritto nel post precedente, lo confermo:

Se mi si dovesse controbattere sul fatto che è Dio a disporre della vita e della morte, per contro sosterrei, come Hume, che anche la morte causata è parte della possibilità consapevole di Dio che registra un evento.

Se Eluana Englaro dovessero lasciarla morire (come sta già accadendo), non verrebbe perso nulla di lei, ma noi, da questa parte, non abbiamo quel diritto di decidere del suo stato da un punto di vista, come il nostro, che è quello puramente di vivente in attività, completamente diverso dal suo, perchè il nostro pone la coscienza in una condizione altra dove l’assetto di sistema-organizzazione è di un altro tipo. Qui si consuma l’errore, in primis, dell’opinione pubblica, condizionata da una disinformazione dovuta dall’incompetenza tecnica dei giornalisti, ma soprattutto, tramite l’errore più grande commesso dal padre di Eluana, si mette parola in una questione bioeticamente delicata. Il padre di Eluana non avrebbe mai dovuto dare alla magistratura il compito di procedere e decidere per qualcosa di cui non ha competenza tecnica. In mano alla magistratura il caso infatti è diventato di dominio politico e poi, molto probabilmente, è diventato la scusa del governo per cambiare la costituzione a proprio piacimento. Ma adesso non è questo il discorso in questione. Il padre di Eluana, semplicemente e comprensibilemnte, stanco emotivamente della condizione della figlia in quello stato, vissuto dal suo (nostro) punto di vista diverso, non regge più il peso dell’idea di quella condizione. Scrivo idea perchè è lei ad essere in quella condizione e non lui, i soggetti sono chiaramente distinti. Ci chiediamo se sia giusto che la naturale e vitale incapacità (nel senso buono e umano del termine) del padre di Eluana, che non regge più l’idea della figlia che è da anni in quello stato, possa permettere sia a lui, sia ad altri soggetti chiamati in causa, di toglierle i bisogni primari alla figlia per la sopravvivenza? Praticamente Eluana morirebbe di fame e di sete, ma non potrà mai lamentarsi per questo.

Una riflessione di un mio caro amico mi ha ricordato che, anche se noi cristiani crediamo e concepiamo la vita della coscienza, superiore a quella corporea, comunque, per un cristiano, la coscienza passa attraverso la materialità, qualsiasi tipo di materialità sia. Noi, condannando Eluana a morire di stenti, ci considereremmo presuntiosi di sapere che l’unica materilità possibile sia quella dello stato di veglia di un corpo, contraddicendo così la scienza stessa che riconosce lo stato di sonno (con ciò che ne consegue), ma anche tutti i tipi di moralità che la ragione vorrebbe sostenere in modo autoreferenziale. Non credendo nella sopravvivenza della coscienza al corpo, tanto più si vuole condannare una persona a scomparire con la scusa di un’ipotetica sofferenza della persona in questione.

In sostanza, questo caso non avrebbe mai dovuto assumere dominio pubblico e tantomeno politico, è un caso di bioetica: l’errore è stato fatto alla radice, umanamente, dal padre.

La vita: un cucchiaino storto

Mi sento angosciata per una discussione avuta con mia madre, una delle tante, l’ennesima. Sono quasi stanca di questo. Al ritorno dal “viaggio della speranza” sento il peso e la consequenziale solitudine nel dover incoraggiare una madre che si pone a peso morto o addirittura in modo ostile al proprio andare in contro. Dover fare da genitore alla propria madre per me è troppo difficile, soprattutto quando non so, io per prima, cosa significhi avere un buon genitore presente e premuroso.

Ho di fronte a me un cucchiaino storto. Un ricordo portato dalla valle degli elfi. Non un souvenir preconfezionato, bensì un cucchiaino che per me simboleggia molto. Questo cucchiaino, la sua punta, fu usata per riparare la foratura di una ruota della bici di un bimbo elfo. Forzando la punta del cucchiaino si è riusciti ad estrarre il copertone che avvolge la camera d’aria, infine la ruota, con i rispettivi interventi, è stata riparata, ma il cucchiaino, la sua punta, è rimasta storta; la forma che ha assunto è artisticamente ondulatoria, sembra uno di quei soprammobili di arte moderna new age dove non si capisce quando finisce l’arte e dove inizia il cattivo gusto. Il fatto è che all’improvviso mi furono offerti due cucchiaini per girare lo zuccherro di canna nel mio caffè e, nascondendo la punta, mi chiese, un amico Elfo, se preferivo il cucchiaino normale o il cucchiaino anormale. Ovviamente, attratta dallo stravagante, scelsi l’anormale e, come chiesto, mi diede questo bellissimo cucchiaino storto per girare il caffè. Fu particolare, per le simmetrie del tatto, il dover girare il caffè con la punta storta, la rotazione infatti non mi veniva spontaneamente simmetrica, ma tendeva a spostarsi verso il centro. Il cervello e la coscienza percepivano una nuova sensazione e un nuovo ordine tattile: era la novità in un gesto di quotidianità. Di questo simpatico aneddoto mi è rimasto il simbolo fisico: il cucchiaino storto. Non l’ho più voluto nemmeno lavare dal caffè e questo sembra dargli una connotazione di cimelio antico, ma soprattutto il suo essere storto per me ha un significato particolare; irregolare come la vita che non si può determinare, non si può prestabilire e, come l’essere umano imperfetto, quando vive veramente, si trova ad affrontare le novità e l’imprevedibilità che la vita stessa pone e, infine, come l’essere umano che può sentirsi storto e inadeguato, nonostante tutto, ci prova ancora, gira ancora il suo caffè.

Bari, 15 ottobre 2008

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