10 maggio ’09 serata Ivan Graziani, 11 e 12 maggio ’09 omosessualità e religione con don Franco Barbero

Serata dal vivo per Ivan Graziani: Domenica 10 maggio dalle ore 21 alla Vecchia Taverna del Maltese, quella in via Netti 34 a Bari, il Club della Canzone d’Autore Città di Bari ricorderà la figura del cantautore Ivan Graziani, scomparso nel 1997 a soli 51 anni, dopo averci lasciato canzoni indimenticabili come “Agnese”, “Paolina”, “Firenze, canzone triste” e “Lugano addio”. Sul palco sarà Beppe Cordaro a interpretare le sue canzoni. Alcuni video e altri ricordi accompagneranno le canzoni di Ivan. L’ingresso è libero, ma è gradito un contributo anche minimo e assolutamente libero per la copertura delle spese…

Doppio evento, lunedì 11 maggio e martedì 12 maggio 2009 alle ore 18:00 presso il cinema Splendor in via Buccari 24 Bari:

SPIRITUALITA’: OMOSESSUALITA’ E RELIGIONE con don Franco Barbero

“Non sono le differenze che ci dividono
È la nostra incapacità
di riconoscere, accettare e celebrare
tali differenze”
Audre Lorde
Una voce dissonante rispetto alla questione della presunta incompatibilità tra omosessualità e fede , quella di Don Franco Barbero , ex sacerdote della comunità di base di Pinerolo, dimesso dallo stato clericale nel 2003 e autore del libro “Omosessualità e Vangelo. Franco Barbero risponde”.
La nostra iniziativa , articolata in due giorni , ha come scopo la costruzione di uno spazio di dibattito e di mutuo confronto sul tema dell’infondata stigmatizzazione dell’omosessualità da parte delle alte cariche della Chiesa Cattolica , prendendo in considerazione il Vangelo , in cui non pare esserci alcuna condanna nei confronti dell’omosessualità.
L’iniziativa oltre a presentare il libro di Franco Barbero lo coinvolgerà in un attivo confronto con il pubblico e con le realtà associative che vi hanno aderito .
Lo scopo è quello di indurre i presenti ad una partecipazione come cittadinanza attiva pronta al confronto e allo scambio di informazioni. A tal proposito è previsto un momento di dibattito – confronto anche con scolaresche per sottolineare l’urgenza di comunicare con una fascia di età sensibile , spesso plagiata su questo tema dai discorsi clericali e istituzionali che incentivano forme di omofobia .
Un ulteriore spazio a disposizione delle scolaresche è costituito dalla cosiddetta Biblioteca Vivente , in cui i singoli o i gruppi potranno scegliere un libro vivente /persona che si racconterà e risponderà alle domande del “lettore” , in modo tale da eliminare il pregiudizio di quest’ ultimo attraverso un dialogo – confronto costruttivo.
L’iniziativa risponderà ai dubbi e alle perplessità di chi vede la fede e l’omosessualità come due realtà parallele e contraddittorie . Si intende infatti far luce su quelli che sono i vuoti dogmatismi del Vaticano circa l’omosessualità vista in prospettiva antitetica rispetto a qualsiasi forma di spiritualità.
Faremo ciò all’insegna non di un polemico anticlericalismo fine a se stesso ma basandoci su esperienze di vita vissuta , di problematiche complesse e di realtà ambivalenti rappresentate egregiamente dagli inesauribili spunti dell’opera di Barbero ,al quale sin da ora porgiamo il nostro piu’ sentito grazie per la sua sensibilità e gratitudine come associate dell’Associazione Arcilesbica Mediterranea Bari e come cittadine baresi per la possibilità di presentare un cosi’ grande momento culturale.

Martedì 12 maggio – pomeriggio.o Vittorio Emanuele, nei pressi di P.zza Garibaldi

h.18.00  Avvio lavori
h.18.15  Proiezione Video sul tema dell’omofobia

h 19.00  Dibattito pubblico
h.20.00  Biblioteca vivente
h.21.00  Chiusura, saluti e ringraziamenti

Sulla morte-suicidio-eutanasia (dal caso Eluana)

Nel gruppo che ho creato su facebook: CREDENTI UNIVERSALI, ovvero chi si sente credente in Dio senza però condividere gli estremismi della chiesa, ho aperto una piccola discussuione dal nome << Il cuore di Eluana >> con una osservazione che riporto qui:

Da credente non so se sia giusto mettere fine alla vita terrena di Eluana, la questione è complessa anche dal punto di vista teologico, ma da cittadina so bene che l’ingerenza del vaticano sia nella magistratura sia nello Stato (per ragioni di interesse politico) è un’offesa ai cittadini, allo Stato e, paradossalmente, a Dio. Dio ha amoto l’uomo fino al punto da lasciargli la triste libertà di ignorarLo, di non riconoscerlo: non lasciare la libertà di scelta all’uomo è un’offesa alla libertà lasciata da Dio all’uomo.

Questo breve commento è più o meno la sintesi di un mio pensiero condiviso con la riflessione del folosofo inglese Hume che affrontò la questione del suicidio dal punto di vista religioso. Con Eluana la questione è l’eutanasia che, però, non vedo discostarsi molto dal suicidio, anche se per l’eutanasia non si parla di una morte cercata, al momento, dal soggetto in questione. Vi voglio riportare un brano provocatorio di Hume che può essere accettato da un punto di vista laico, ma completato paradossalmente dal punto di vista religioso:

Che cosa significa dunque l’opinione che un uomo, il quale, stanco della vita e perseguitato dai dolori e dalle miserie, vinca coraggiosamente i terrori naturali della morte ed esca da questa scena crudele; che tale uomo, dico, incorra nell’indignazione del Creatore per aver violato l’opera della provvidenza e turbato l’ordine dell’universo? Affermare questo è affermare il falso; la vita degli uomini è soggetta alle stesse leggi cui è soggetta la vita di tutti gli altri animali; e tutte queste esistenze sono soggette alle leggi generali della natura e del moto.[…] Per l’universo la vita di un uomo non è più importante di quella di un’ostrica. E se anche fosse molto importante, l’ordine della natura umana l’ha sottoposta alla prudenza umana, e ci costringe a prendere decisioni in ogni circostanza.

(D. Hume, Sul suicidio, in Opere, a cura di E. Lecaldano, Laterza, Roma-Bari, 1987, vol. III, p. 588-590)

Chi è di fede cristiana sa bene che davanti a Dio nulla è perduto, nemmeno un capello. Ora, quel che mi stupisce è l’accanimento della chiesa, al di là della sua inopportuna ingerenza nelle questioni di Stato, portato verso una difesa estrema della vita terrena. Noi che crediamo nella sopravvivenza dello spirito-coscienza rispetto al corpo non comprendiamo l’atteggiamento di attaccamento a questo che sta avendo il vaticano. I morti a noi cari per noi sono ancora vivi, non sono scomparsi, solo che la vita si è trasformata in un’altra forma, la forma che solo il Cristo della Resurrezione conosce il mistero. Ci chiediamo se questo atteggiamento ecclesiastico non sia anticristiano di principio. La ragione di questa domanda è nel fatto che siamo consapevoli che lo spirito ha più importanza della vita materiale, oltre al fatto che la morte terrena è parte del gioco della vita. Se mi si dovesse controbattere sul fatto che è Dio a disporre della vita e della morte, per contro sosterrei, come Hume, che anche la morte causata è parte della possibilità consapevole di Dio che registra un evento. Il cristiano sa bene che Dio e il rapporto che si instaura con Egli è una rapporto di fede terrena: Dio non è chissà dove e soprattutto non ci manovra come burattini, ma è qua, nell’immanente vita terrena che registra e segue ogni passo di ogni libera scelta di un individuo. Il Dio cristiano è in antitesi col mondano.

Provare vergogna per questa chiesa che “non è” universale

Noi, omosessuali e credenti, proviamo vergogna per questa Chiesa

da micromega on-line

Quando le immagini degli omosessuali che il regime iraniano ha condannato a morte hanno fatto il giro del mondo abbiamo atteso che la Santa Sede dicesse qualche cosa per difendere la vita di questi giovani che venivano impiccati solo perché erano omosessuali. Abbiamo atteso, ma la diplomazia vaticana ha osservato un assordante silenzio.

Adesso che i Paesi europei hanno presentato alle Nazioni Unite una mozione in cui si raccomanda agli Stati membri di depenalizzare l’omosessualità ci saremmo attesi, da parte della Santa, Sede parole di incoraggiamento e di sostegno. Abbiamo invece letto le dichiarazioni del rappresentante del papa presso le Nazioni Unite in cui si sostiene che una tale mozione è da rifiutare perché porterebbe, prima o poi, al riconoscimento delle unioni omosessuali. Ha detto in sostanza monsignor Migliore che: o si sta con i paesi che, come la Francia e come la Spagna, hanno fatto del rispetto della persona umana e della sua integrità fisica e psicologica il paradigma di riferimento delle loro politiche; o si sta con i paesi che, come l’Iran e l’Arabia Saudita, ancora puniscono con la pena di morte le persone che hanno rapporti omosessuali. E dopo aver diviso il mondo in due parti ha dichiarato che il Vaticano, dovendo scegliere tra le democrazie europee e le teocrazie mediorientali, sceglie queste ultime.

Noi ci sentiamo Europei e siamo orgogliosi di esserlo.

Ci sentiamo omosessuali e siamo contenti di essere così.

Ci sentiamo credenti e, pur ringraziando Dio per il dono della Fede, proviamo vergogna per questa Chiesa che confonde il suo potere teocratico con il messaggio del Vangelo e uccide la speranza di tante donne e di tanti uomini a cui il Signore l’ha mandata.

Chiediamo allo Spirito Santo di illuminare le menti dei vertici vaticani, ormai ottenebrate dalla paura e ricordiamo al papa e ai suoi collaboratori che un giorno anche loro dovranno rendere conto al Signore delle tante parole sbagliate che hanno pronunciato quando hanno parlato di omosessualità.

La redenzione vaticana dei preti gay

Sobrio Natale, povero anno anche col babbo natale della coca-cola

A Natale siamo tutti più buoni o tutti più ipocriti, questo era il titolo che volevo mettere a un post prima delle festività, ma un’impennata di buon senso e forse anche di pigrizia mi ha fatto desistere.

Sappiamo quasi tutti che le feste natalizie, da quanto spesso ho sentito, hanno il potere di infondere un senso di malinconia o addirittura tristezza: ma vi sieti mai chiesti il perchè? Io si sinceramente e un pensierino mi è venuto, forse anche un po’ banale, intrecciato, credo, anche a come ho vissuto io questo Natale. La nostra civiltà ha perso non il senso religioso in sè, ma ancor prima la spiritualità in sè e, della spiritualità, fanno parte anche quei legami con amici e parenti che potrebbero rendere un’esperienza scontata qualcosa invece di piacevole. L’uomo purtroppo è socialmente branco e noi da branco spesso siamo abituati a compiere dei gesti e a eseguire abitudini come automatismi; bene, il Natale è diventato un’abitudine paradossalmente pagana, un momento sacro, come la natività di Gesù, è diventato cenone, mangiate, giochi e soprattutto regali. Il giorno della nascita del Cristo lo si festeggia nell’ateismo (nel senso letterale del termine) più lampante. Questo, ora, mi riporta a ciò che alcuni miei parenti mi hanno raccontato. Da bambini c’era una tradizione in casa, circa nove giorni prima del Natale si eseguivano le novene vicino al presepe, queste preghiere erano un’anticipazione, un’attesa della natività del Nostro Signore. Poi, la notte di Natale (la vigilia), i più piccoli, quasi in processione, in fila indiana, con candele accese e il pupazzetto di Gesù Bambino tenuto fra le mani del più piccolo della famiglia, con indicazioni di un familiare, facevano nascere il Cristo nel presepe. La ritualità, da quanto mi è stato riferito, è molto più semplice eseguirla che descriverla, ma sicuramente aveva la caratteristica e l’importanza nel creare un’atmosfera spirituale natalizia molto particolare. L’educazione spirituale la si può dare tramite una ritualità anche molto semplice, soprattutto ai bambini la si può proporre con ludicità, ma questo non serve solo per un’educazione ai più piccoli, ma anche agli adulti, perchè in ogni gesto, anche quotidiano, compiamo un atto di formazione, siamo di esempio sia per l’altro, ma anche ci coinvolgiamo nell’esempio che diamo, insomma ci crediamo un po’ di più. In piccoli gesti ci può essere molta più sobrietà e coerenza che in quelli grossolanamente plateali.

Ora, questo Natale e capodanno per me è stato molto particolare rispetto allo scorso anno che è stato anticipato da un conflitto con i miei genitori quasi da resa dei conti, quest’anno invece, forse per la prima volta in famiglia, non ho avuto aspettative e quant’altro, e ciò, anche riguardo agli amici, mi ha fatto sentire meglio. Mi sento meglio sia per essermi liberata da alcune scorie e sia per continuare a liberarmi da altre, ma contemporaneamente soprattutto per l’idea di prospettarmi verso un anno di energia. Questo Natale forse è stato il più umile di tutti quelli precedenti, la crisi si è fatta sentire, meno cibo sulla tavola (oggi, primo dell’anno, non avevamo nemmeno lo spumante), regali quasi nulli, solo per la mia nipotina, e molta, molta semplicità. Ho anche parlato con persone che hanno festeggiato l’ultimo dell’anno completamente soli. Ora, queste feste sono state più modeste, ma più sobrie e, sarà forse per coincidenza, io mi sento meglio con me stessa perchè qualcosa in me sta cambiando, si sta trasformando. Oggi mi sento di dire che sono tranquillamente consapevole, sono sveglia e questo adesso mi rende soddisfatta di me. Ciao ragazzi che questo 2009, convenzionalmente uguale all’anno che è passato, sia spiritualmente causa di evoluzione, soprattutto nelle occasioni difficili che si presentano nella vita, nelle difficoltà: buon inizio di anno a tutti.

 

Rosalinda Maggio

Omofobia vaticana

23/12/2008

Il pontefice aveva paragonato difesa della natura e lotta all’omosessualità

Sono numerose le associazioni per i diritti dei gay che hanno reagito con sdegno alle parole di Papa Benedetto XVI, che ieri aveva definito assolutamente necessario salvare l’umanità dalla macchia dell’omosessualità.

Durante il discorso contestato, tenuto per la fine dell’anno di fronte al personale del Vaticano, il Papa ha aggiunto inoltre che difendere la creazione divina non significa solamente tutelare la natura e l’ambiente, ma anche proteggere l’uomo da se stesso. Far sì che l’umanità si tenga lontana dall’assumere atteggiamenti omosessuali o transessuali avrebbe dunque la stessa importanza che tutelare l’ambiente. Queste considerazioni sono state definite “irresponsabili e inaccettabili” dal movimento britannico di gay e lesbiche, mentre Vladimir Luxuria, ex parlamentare italiana, ha definito “dolorose” le parole del pontefice: “Sono una persona nata di sesso maschile ma con un’anima e uno spirito femminile. E’ decisamente contraddittorio che il Papa consideri gli esseri umani fatti solo di carne, senza considerare l’aspetto spirituale dell’uomo”. Meno di un mese fa, il Vaticano aveva giudicato eccessiva e fuori luogo una risoluzione proposta alle Nazioni Unite per la depenalizzazione dell’omosessualità. 

Giustizia e carità. Fra Stato e Chiesa

In questo post mi accingo ad affrontare un “discorso” delicato, ma interessante che riguarda una parte della prima enciclica di papa Bendetto XVI: Deus caritas est, ovvero la parte relativa alla giustizia e alla carità. Non è nuovo Ratzinger nell’affrontare l’argomento sulla realtà difficile che l’ideologia marxista ha messo in evidenza, ovvero, brevemente, il bisogno di giustizia per ovviare a quelle “differenze” tra le classi sociali che sembrano essere, appunto, la causa delle ingiustizie. Sull’ammissione delle ingiustizie, Ratzinger basa una chiarificazione tra il ruolo della politica o dello Stato e il ruolo della Chiesa; il primo orientato il più possibile verso la giustizia, in tutti i sensi, la seconda orientata invece verso la carità. Ci sono differenze fra l’una e l’altra, infatti, la giustizia ha un orientamento all’organizzazione politica-sociale, la carità di per sè è un atto del qui ed ora inteso come donazione di sè e non solo come un darsi da fare per l’immadiato. In breve, la carità è intesa come un darsi basato sulla gratuità dell’amore, un aiutare nell’immediato donando insieme anche lo Spirito di ricchezza che un atto d’amore può contenere, una ricchezza che si fa tale proprio perchè si dona. L’atto di carità, quindi, è un circolo virtuoso << perchè l’uomo , [appunto], al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore >> (Benedetto XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006 pp. 65/66). In questo contesto Ratzinger sottolinea l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa citando sia S. Agostino riguardo alla distinzione di dare a Cesare ciò che è di Cesare e di dare a Dio ciò che è di Dio, sia il Concilio Vaticano II riguardo all’autonomia delle realtà temporali. Ora, nonostante tali ammissioni, bisogna ammettere che ci sono delle intrinseche ambiguità in alcune parti dell’enciclica, egli riconosce che lo Stato si incarica eticamente del perseguimento della giustizia, ma sulla luce di quanto appena evidenziato, Ratzinger considera che << la dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale […] essa vuole servire la formazione della coscienza della politica e contribuisce affinchè cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale >> (ibidem p. 61). Ma ancora: << […] la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinchè le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili >> (ibidem p. 61). Anche se Ratzinger fondalmentalmente finalizza questo discorso principalmente verso l’importanza della carità come azione di testimonianza autentica,  nelle parole sopra riportate c’è un’ambiguità che richiama l’ingerenza della Chiesa nello Stato. Argomentare sul diritto naturale e poi offrire il contributo per l’esigenza di giustizia che presenta l’ordine politico-sociale, rimane sempre e comunque un argomentare secondo forzatura, soprattutto quando l’esigenza diventa pratica. Ad esempio la spinosa questione delle coppie di fatto, come possono essere le coppie omosessuali, ma anche eterosessuali non cattoliche, sono un’esigenza pratica di ordine politico-sociale dove tutta la forzatura di una “Chiesa temporale” può far sentire il suo peso con tutte le ingiustizie politiche, sociali e ontologiche che comporta. Lo Stato in quanto temporalmente autonomo deve garantire il limite di ispirazione o ingerenza che una fede, qualunque essa sia, può porre; un fedele laico che opera nella politica, nel momento in cui intraprende la vita di Stato, si deve rendere conto dell’importanza della laicità del suo servizio a garanzia dell’imparzialità del servizio stesso che la carica gli impone. L’imparzialità deve essere basata sul rispetto verso tutte le religioni che deve garantire e, di conseguenza, verso tutti gli stili di vita leciti che deve difendere o addirittura promuovere. In altri termini, si all’ispirazione di fede e al confronto, ma limitata dalla libertà di esistenza ontologica della presenza di chi da quella fede o religione non si sente ispirato o, cosa ancor più difficile da comprendere, se ne sente ispirato nella sua essenza sostanziale più che nella sua forma istituzionale. La religione aiuta lo Stato ad essere attento verso certe tematiche e soprattutto ricorda e alimenta l’autenticità essenziale della fonte di giustizia, ma altrettanto la laicità dello Stato aiuta comunque la religione ad informarsi di una realtà sociale che è in continuo cambiamento.    

L’abitudine di contrarre abitudini, ma c’è "l’alibi" della vita

Le chiese, è chiaro, sono un libero luogo di culto e di preghiera, ma non certo il luogo della fede perché il luogo della fede è l’Uomo.
Il luogo di preghiera, in quanto utile e importante per raccogliersi in sé, può porre la persona in preghiera in una situazione che se estremamente ritualizzata può far perdere gradatamente il coinvolgimento autentico dell’uomo. Ogni forma ritualizzata, in quanto è esteriore, ma non è detto priva di valore, è comunque tendenzialmente destinata a dissolversi nella stessa ritualità per semplice abitudine, come se impersonarsi in uno spazio e tempo cronologico seriale, tende a far perdere quel coinvolgimento assoluto che la fede necessita per sua natura di testimonianza. Per questa ragione la fede autentica non si può insegnare come se fosse una nozione, ma la si vive come Esperienza, un’esperienza che va esercitata, fors’anche negli stessi riti e che va equilibrata a seconda del proprio tempo originario. Ovvio che per ciò che concerne la fede, solo il Cristo sa se la stessa fede è degna di questo nome, è autentica, il Dio che solo sa, legge la purezza dei cuori.
Il mio discorso non vuole delegittimare le liturgie delle varie chiese, ma vuole porre in risalto che l’abitudine nella ritualità prolungata porta ad addormentare le coscienze, quando invece la fede autentica è vigilanza, particolarmente nella condizione esistenziale della tribolazione.

Fede come com-prendere, nel suo significato più proprio è – prendere con sè – la propria croce e, questo com-prendere, è tribolazione nella fede, è nel proprio tempo, attesa.
Dio non vuole i cuori alienati dei suoi figli, Egli è libertà, quando preghiamo non dobbiamo dare troppa importanza alla ritualità, essa diviene alienazione, l’alienazione è dipendenza da un tempo seriale che è il tempo meccanico, la Fede invece è al di là del tempo. Cosa conta il gesto rituale? Dio conosce già la purezza del cuore di chi in Lui confida e nella Fede andrà al di là del tempo alienante. Chi crede si affida a Dio nel Suo tempo, un tempo indefinito dall’uomo, il tempo che è altro, alibi della vita.

Rosalinda Maggio

Il significato della parola alibi, oltre a quello comune di attenuante, è in latino: altrove, altro, che qui intendiamo non un comune aldilà, ma un tempo diverso dal tempo spazializzato.

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