“IL CORPO DELLE DONNE” film documentario completo

Genere: Documentario

Durata: 24″

Di: Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi, Cesare Cantù

Questo film documentario non è un’accusa nei confronti degli uomini, bensì un’autocritica delle donne. In realtà non è il corpo delle donne ad essere violato, ma l’identità, l’autenticità della donna stessa. Un documentario che procede con una chiarezza disarmante e conclude con una domanda esplicita quanto pungente; ognuna, nel propio intimo, provi a rispondersi e a dare seguito, in ogni modo, ad uno spunto di criticità che può e deve insorgere al di là di ogni moda.

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I giovani stanno male – compagni di scuola

I ragazzi, nei giorni scorsi, hanno continuato a contestare la riforma Gelmini. Avendo vissuto da vicino le contestazioni studentesche (documentate dalle riprese da me realizzate – vedi canale YouTube), ormai, per adesso, aggiungere altro mi sembra inutile, anche perché la mia opinione del tutto, bene o male, l’ho già espressa in un altro post. Sono solo sempre più consapevole del decadimento della scuola pubblica italiana, ma soprattutto dei tagli realizzati nell’ambito della ricerca. Insomma, l’istruzione e la cultura, in Italia, sono l’ambito tra i più sviliti (il caso di Pompei). Ho un senso di paura e di profonda tristezza nei confronti degli italiani di domani, di quelle che sono le generazioni attuali e gli uomini e le donne del futuro, i cittadini. Rivisitando le parole di Galimberti, questo pensiero è per i giovani perché i giovani stanno male. Il futuro è sempre più incerto, le idee sono più confuse: com’è difficile essere giovani, oggi, soprattutto se sei italiano!

Questa canzone che ho postato è una canzone per noi, per non dimenticare la musica che abbiamo dentro, la voglia di reagire anche vivendo la nostra quotidianità. Questa canzone è per noi che non dobbiamo arrenderci ai tiranni, piccoli o grandi, per noi che vorremmo una vita semplice e più clemente, ma invece…

Il triangolo nero e il triangolo rosa – i triangoli della discriminazione – Paragraph 175

I rispettivi triangoli nero e rosa sono, oggi, i simboli della discriminazione sociale e sessuale delle donne e degli uomini omosessuali nell’epoca nazista. Il 27 gennaio è la giornata della memoria, è la giornata dedicata al ricordo di quello che è stato l’orrore più sistematico nella storia dell’umanità: l’Olocausto. Ancora oggi, però, pochi sanno che, oltre agli ebrei, zingari, avversari politici, furono perseguitati e deportati nei campi di concentramento anche molti omosessuali, questi ultimi vennero distinti tra omosessuali uomini e omosessuali donne. L’omosessualità maschile fu vista come un fenomeno ancora più grave rispetto all’omosessualità femminile in quanto i primi, oltre ad avere l’obbligo di far proseguire la razza ariana, costituivano un motivo di vergogna per la stessa e una vera minaccia per la gioventù del “nuovo popolo” che si affermava. Le donne, invece, che erano già considerate inferiori, furono, per dir così, più tollerate ideologicamente, ma non nei fatti, perchè la loro omosessualità non impediva comunque la procreazione e, quindi, la discendenza della razza stessa. Si verificò così una discriminazione nella discriminazione. Possiamo notare la violenza psico-fisica che subivano queste donne, in quanto garanzia di sopravvivenza era il matrimonio ovviamente eterosessuale. I gay, invece, non avevano scampo in quanto l’omosessualità non garantiva la procreazione e l’ottica in cui li si vedeva era quella di una sessualità finalizzata al solo piacere egoistico. In tutto ciò possiamo notare il totale annullamento della Persona in quanto tale. L’individuo, nell’epoca nazista, non era considerato, ma la sua importanza era in rapporto al suo essere parte di un tutto omogeneo conformato fino all’estremo. La persona, con i suoi affetti, pensieri, sentimenti, è annullata in nome dell’ideologia e della mera riproduzione demografica della razza considerata pura. Quello che oggi mi fa rabbrividire è notare le analogie delle motivazioni di allora con le motivazioni di adesso portate avanti da alcuni politici italiani e dalla chiesa stessa. Per farvi comprendere a pieno vi riporto un brano del Paragrafo 175 della legge nazista contro gli omosessuali e potremo notare che non ci sono tante differenze tra alcune “affermazioni” di allora e le affermazioni di oggi: Continua a leggere

Al ritorno dalla Valle degli Elfi …in attesa del treno (le stragi e le guerre)

http://www.vitobarone.it/altamura/altastor.htm (qui il sito da dove è tratta l’immagine)

Nella mia lunga attesa, al ritorno dalla valle degli elfi, noto, all’interno della sala d’aspetto, la lapide in memoria delle << vittime del terrorismo fascista >> del 2 agosto 1980. Per terra c’è una specie di transenna che lascia spazio ad una parte del pavimento che sembra appositamente ristrutturato, lascia l’idea di una voragine, al suo centro vi è deposta una rosa che mi dà una profonda malinconia mista a tristezza per le vittime elencate sulla lapide, vittime, in fondo, delle ideologie idiote, che siano di destra o di sinistra o di qualsiasi altra bandiera: ci sono cose che, sinceramente, non riesco a mandare giù. Non ricordo in quale documentario si ricordava che le guerre, di ogni specie, la più grande violenza effettiva che queste comportano è che annullano le individualità. Gli uomini, i singoli uomini, con le loro storie, con i loro vissuti ed emozioni vengono annullati; nelle guerre queste differenze non contano più, non solo quando provocano la morte, ma anche nel dolore che lasciano ai sopravvissuti. In fondo ci si sforza di ricordare collettivamente nelle commemorazioni, ma risulta sempre l’atro che non ci appartiene come essere che ci tocca, come individualità.

Le stragi, come le guerre, sono la più grande e la più violenta forma di omologazione!

Bologna 17 agosto 2008  h 19:50

Dire-fare le cose “sporche” pubblicamente: rutti e scoregge liberi, genitali senza vergogna (SECONDA PARTE)

<< … Come mai il pittore olandese Paulus Potter ha potuto dipingere, senza suscitare scandalo, una mucca che urina? Perchè la mucca è un animale, e quel che è lecito a un ruminante non è lecito a Giove, quod licet bovi, non licet Jovi. Ma perchè allora non deve essere lecito anche parlarne col linguaggio appropriato, parlare cioè di una mucca che “piscia”? Il linguaggio che si adopera parlando degli animali può paragonarsi a quello che si usa coi bambini. In questo Rosenkranz è d’accordo con quel che dirà, qualche decennio dopo, lo psicanalista Georg Groddeck: coi bambini “parliamo senza problemi di pipì e pupù, di culetto e di pisellino, mentre tra adulti dobbiamo fare gli adulti e dire defecare, urinare, deretano e via discorrendo. Ci diamo delle arie, nient’altro” (Il libro dell’Es, cap. XV). Perchè dunque “la mucca che piscia” non deve offenderci? Perchè l’animale, a differenza dell’uomo, non si vergogna dei suoi bisogni. Ovviamente ciò non significa che la cosa debba di per sè avere un valore estetico: “Confessiamo che potremmo ben fare a meno del pisciare della mucca che da esso non ci viene nessuna soddisfazione estetica. E tuttavia non possiamo imporre all’animale il metro di misura dell’uomo” (Estetica del brutto, III, A).  […] Già Aristotele, nell’Etica nicomachea, riteneva che non fosse una virtù (1128b). Difatti non v’è alcun merito nel dispiacersi di qualcosa che di per sè non sia turpe. Ancor più esplicito è stato, ai giorni nostri, Tinto Brass, regista notoriamente spregiudicato: il pudore, ha affermato spudoratamente, è “la virtù delle donne senza poppe e degli uomini senza pippo” >>. (Filosofi a Luci Rosse, Pietro Emanuele, ed. Tea 2008)

Il “turpiloquio”, nel linguaggio che adoperiamo ogni giorno, è, nei limiti dell’insulto o dell’offesa, una falsa volgarità. Pisciare, cagare, vomitare, masturbazione sono termini che ci scandalizzano, ma che in realtà richiamano ad un essere  e ad un fare naturale. Siamo arrivati a vergognarci delle cose della natura, abbiamo creato, nel linguaggio, sovrastrutture eufemistiche perchè la natura è fonte di imbarazzo. E’ vero che, come diceva Kant, ogni pensiero e opinione e giudizio, ma non per questo dobbiamo giudicare o pregiudicare la natura per come ci ha fatti e per le funzioni che ci ha dato. Gli antichi, che avevano un linguaggio originario, chiamavano le cose per quello che erano, la parola coincideva con la cosa a cui facevano riferimento. La cosa era detta in un certo modo perchè era quella, semplicemente era così com’era.

State attenti quando mi incontrate hi hi hi hi che rischio di chiamarvi per nome eh eh eh eh, scherzo 😉

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