Pop Art – Andy Warhol

Con molta sincerità ammetto che considerare arte l’arte popolare, come la intende la Pop art, lo trovo strano più che stravagante. Nel caso della pop art di Andy Warhol l’oggetto comune si fa opera  d’arte e stravolge quella che dovrebbe essere la caratteristica principale dell’arte vera e propria, ovvero l’opera che proviene da un atto d’intuizione che si crea nell’istante e durante tutto il tempo della sua realizzazione, invece nella pop art, a quanto pare, quest’atto stesso viene, appunto, stravolto. Questo genere, infatti, è l’elogio dell’appariscenza, o dell’estetica del seriale, del prodotto di massa, e, a mio avviso, la sconfitta dell’intuizione artistica in quanto tale, anche se non è, comunque, la negazione della creatività. Persino il prodotto seriale implica, soprattutto per chi ne deve elaborare il suo lancio nel mercato, un atto che necessita quell’attrativa fondamentale che porta all’accrescimento di interesse verso il prodotto stesso. Effettivamente, Andy Warhol, a quanto pare, era il primo a stupirsi del fatto che i suoi lavori avessero un prestigio tale da poter essere venduti all’asta a prezzi elevati.

Alla Fiera del Levante di Bari (Puglia) del 2010, dall’11 al 19 settembre, sono state esposte 21 opere di Andy Warhol, opere che vanno da barattoli firmati, a foto, a serigrafie. Di seguito ho fotografato quelle che più mi hanno colpita, in particolar modo questa serigrafia di fiori: dal vivo il colpo d’occhio è suggestivo, i colori sono in rilievo, sembrano fuoriuscire dal manifesto stesso, se non ricordo male ve ne sono 100 copie firmate di quest’opera. Più sotto, l’inconfondibile campione nello sport e nella vita Mhoamed Alì e infine un olio su tela di Liza Minnelli.

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La ripresa

E’ il 23 aprile, in tutto il mondo si festeggia la giornata mondiale del libro, ad una nota libreria di Bari, per tutta la giornata, parte lo sconto su ogni libro del 20%. Sono allettata dall’idea. Un anno fa feci il pieno in questa giornata grazie al bonus di 100 euro che mi regalarono i miei amici per la laurea.
La sensazione è strana, avevo la tessera con tanti punti accumulati che, per la prima forma di sconto, mi avrebbero permesso di avere ulteriori riduzioni di prezzo, ma la mia depressione intellettuale ha avuto tra le sue conseguenze la perdita di punti nella scheda perché da troppo tempo non effettuavo acquisti. Vi posso assicurare che la sensazione non è delle migliori, ovviamente non per i punti in sé, ma per quello che significano. Era una vita che non mettevo piede nella libreria che, in passato, ho contribuito ad arricchire per quanto ci ho speso. Adesso, dopo tanto tempo, ritorno nella grande sala. Ritrovo il piacere di ritrovare i libri lasciando che lo sguardo si posi su questi, i colori, le curiosità, gli argomenti che più mi attraggono, sembra tornato l’entusiasmo di prima, ma non è così, almeno non come prima. La pesantezza di un anno di crisi, la fatica anche fisica degli occhi, la paura di non avere più tempo, la difficoltà del contesto e delle condizioni attuali, insomma, tutto questo è miscelato col ritorno alla vita, con la voglia urlante di ritornare in se stessi, ma anche la consapevolezza che se dovessi ritornare non può e non deve essere come prima, adesso è tutto cambiato e va tutto riadattato.

In questo vortice di sensazioni e pensieri improvvisamente ricordo le parole del formatore conosciuto al master, i libri proposti e le importanti e interessanti osservazioni e elaborazioni effettuate. I libri giusti da prendere sono due, uno è un mio vecchio ricordo derivante da un’altra lettura che feci di Domenico De Masi “Ozio creativo” opera in cui consigliò l’autobiografia di Rita Levi Montalcini: “L’elogio dell’imperfezione”, l’altro, un suggerimento del formatore, l’opera di Paulo Coelho: “Manuale del guerriero della luce”. Acquisto entrambi, sono assorta dal pensiero, dall’idea. Fuori piove ed io sono senza ombrello, esco dal negozio e stringo forte a me i due libri, sotto la pioggia una tempesta di sensazioni, voglia di ripresa, desiderio di ritrovarsi, assaporo il piacere della lettura, degusto la sensazione di acquisizione, di scoperta, piccola o grande che sia, riascolto il piacere attraverso il contatto. Ricordo quel pomeriggio quanto stringevo forte la busta con i due libri, quasi temessi che chissà chi o cosa potesse improvvisamente strapparmeli via: quanto li proteggevo mentre la pioggia mi inzuppava il giubbotto e i capelli! quanto ci tenevo!
Compiaciuta ammiro i libri sulla mia scrivania, sento il loro profumo e pian piano ho iniziato a leggere quello di Coelho: vivo, adesso, il momento della mia lenta ripresa.

Bari, 23 aprile 2010

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… si commenta da solo

Essere per la morte (chi ha orecchie per intendere intenda)

Mi è davvero difficile contestualizzare qui, in un blog, quello che vorrei esprimere più col non detto che col detto, più, come si dice metaforicamente, con quel che si lascia nella penna che con quel che si scrive. Ma ci voglio provare, voglio tentare di dire non dicendo.

Nella vita ci sono spesso bivi che implicano dualità nelle strade che si intraprendono, ogni strada intrapresa, ovviamente, è anche rinuncia di un’altra strada, ma chi ha quelle essenziali basi di sapienza ontologica sa bene che non è drasticamente così, in forma differente portiamo in noi la strada perduta. Ma adesso non è questo il punto. Il percorso intellettuale, emotivo, che potremmo definire ora affettivo, nel senso etimologico di ciò che ci tocca, è un percorso totalizzante, tutta la personalità ne viene coinvolta, ma l’essere del proprio io è qualcosa che muta, che cambia, è un essere che cambia i suoi stadi intrinseci. Il punto è questo. Essere arrivati in una fase dove si deve scegliere, appunto al bivio, è una strada presa che implica la responsabilità dignitosa di accogliere e fronteggiare la scelta fatta. In questo momento in cui mi trovo adesso, dopo la laurea, non c’è nulla di sicuro, nulla di certo, ma solo la vertigine  della scoperta che ha come suo contrappeso il rischio. Il “Maestro francese” Henri Bergson sosteneva giustamente che i successi più grandi sono ottenuti da coloro che si assumono il rischio maggiore. Osare sarà il verbo motore intrinseco dell’agire, il “muovente” di ogni scelta incomprensibile e apparentemente inutile agli occhi del senso comune. L’essere, però, non conosce giustificazione per la rinuncia al rinnovo di se stesso, come non conosce giudizio altrui, è essere senza soggezione. Ed è questo che ho intenzione di vivere, l’essere senza soggezione anche se le mie scelte di vita sono incomprensibili, ingiustificabili e controproducenti alla logica del senso comune che è poi la logica delle convenzionali abitudini culturali stabilite da una civiltà. E’ chiaro che non mi riferisco a violazioni di leggi o atti portati a procurare danno altrui, bensì atti, al contrario, rivolti a procurare benessere mio e di conseguenza altrui. Un io in pace col mondo-essere non può che donare pace al mondo “nonostante il mondo”. Non ho mai fatto mistero della mia fede cristiana, il Vangelo mi insegna il coraggio e la fiducia nel rimanere nella tempesta salda nei miei princìpi perchè aderente all’essere e, quindi, alla grammatica di Cristo, come direbbe Vito Mancuso. Ed ora, infatti, ho scelto la tempesta nella Fede.

<< Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà >> (Matteo 10 – 39).

 

Bari, 5 maggio 2009

“Lettera” ad un amico albatro che attraversa l’oceano

Il silenzio, in questi giorni, del mio blog non è dovuto da impegni vari o almeno non solo, ma da una scelta volontaria per rispetto della tragedia che si è verificata in Abruzzo, regione che, proprio in provincia dell’Aquila, ho visitato da ragazzina per un campo estivo con gli scout. Questo silenzio per il cordoglio mi ha fatto ritenere giusto anche il mettere in secondo piano la felicità recente (ma travagliata per le vicende accadute nella mia famiglia) per aver conseguito la laurea che, per un’incredibile coincidenza, è avvenuta proprio il giorno in cui il filosofo che ho elaborato nella tesi si confrontò, in una conferenza, con Albert Einstein, confronto di cui ho scritto nella tesi di laurea.  Ma non sono io il soggetto di questo post, bensì un caro amico che sta per partire per un lungo viaggio in Messico e in Guatemala; questo post, infatti, vuole essere una lettera di ringraziamento e di arrivederci.

E’ difficile l’idea che un amico che ha avuto un’incidenza notevole nella tua vita, nonostante la frequenza saltuaria per via dei ripetuti viaggi che ha intrapreso, lo possa rivedere fra quasi un anno e mezzo proprio perchè l’ultimo dei viaggi che sta intraprendendo è il più lungo e il più impegnativo per la pressione psicologica che costituirà. Non ricordo dove l’ho sentito o dove ho letto che ci sono uccelli che nascono in gabbia e vivono in questa con la visione continua delle sbarre, come se queste fossero parte della loro natura e, in funzione di ciò, non vedono e non conoscono strade e vite alternative a quelle che già vivono e conoscono. Ci sono uccelli invece che sono nati in natura completamente liberi e, anche se li metti in gabbia obbligando loro a seguire una vita che il sistema ha già deciso, rimangono liberi, questi uccelli non saranno mai imprigionati anche quando tenteranno di rinchiuderli in nuove gabbie: di quest’ultima categoria, Attilio, fai parte tu. Sei una persona libera e la tua libertà vissuta non immagini cosa è riuscita a darmi, sei riuscito a coinvolgermi emotivamente in una visione del mondo alternativa che in realtà avevo già dentro, ma soprattutto il tuo esempio è riuscito a non farmi vergognare o vivere con timidezza la mia diversità d’essere, la mia personalità che addirittura adesso mi fa sentire orgogliosa. Mi sono resa conto di ciò che sono, dell’unicità della vita che abbiamo e dell’importanza nell’esprimere ciò che siamo, era una verità che avevo dentro di me, ma incontrandoti ha preso forma, la crisalide pian piano sta diventando una farfalla e questo grazie a te amico mio che col tuo esempio mi stai insegnando ad osare. Grazie a te ho ribaltato i miei valori, vedo il mondo un po’ con occhi diversi, ovviamente rispettando il mio modo d’essere e di vivere chiaramente diverso dal tuo, adesso, anche grazie a te, ho un po’ meno paura. Le coincidenze della vita ci hanno portato a conoscerci in pochi giorni, quello che è stato un evento fallimentare di una Critical Mass natalizia ci ha portato a conoscerci e a scambiare le nostre opinioni e modi d’essere, da una cosa negativa è sorta una cosa positiva, a mio parere tra le più fruttuose. Il coinvolgimento dei tuoi racconti elfici e nella stessa avventura elfica calata quasi inaspettatamente l’estate del 2008, la pulce nell’orecchio che mi hai scatenato, la voglia di libertà che hai risvegliato, questo, Attilio, lo devo a te. Da ciò che ho acquisito dal tuo esempio ho cercato di dare seguito narrando la mia prima esperienza elfica di dieci giorni, vissuto che, dai borghesi, non è stato capito e addirittura è stato fortemente criticato, ma che ha dato i suoi frutti testimoniati da coloro che mi hanno contattata privatamente chiedendomi come poter vivere quelle esperienze: noi coltiviamo la terra, ma non possiamo sapere chiaramente quando questa darà i suoi frutti effettivi, questi frutti possono arrivare anche quando non ci saremo più e sarà chi verrà dopo di noi a goderne. E’ proprio questo che voglio ricordarti amico mio, anche quando una cosa sembra inutile farla e ha poco riscontro negli altri, non importa se sembra inutile, quella cosa se fa parte di te del tuo essere autentico, mentre la fai fa bene a te e ti migliora come uomo. Anche nei momenti difficili ricordati degli amici che ti vogliono bene, che non ti dimenticano e che hanno fiducia in te indipendentemente dai tuoi successi o fallimenti perchè hanno fiducia nella tua libertà. Non dimenticarti di agire da uomo libero, ma anche e soprattutto da uomo che ama nella libertà, perchè per chi è libero solamente, ma è senza amore nel cuore la libertà può trasformarsi in egoismo. Ama con quella stessa consapevolezza che ti ha portato a diventare vegetariano e vegano, ama con slancio creativo che non ha limiti umani, ama la tua vita straordinaria.

E’ difficile accettare che sarai via per più di un anno, adesso che mi soffermo a pensare fa venire il magone, come immagino sia difficile per la tua famiglia, ma anche loro sanno che sei una albatro libero che adesso finalmente affronterà la sua traversata oceanica, ma voglio ricordarti una cosa: gli albatri sono uccelli maestosi quando sorvolano gli spazi aperti, ma sono anche una specie dove istintivamente ogni andata costituisce un ritorno ed è questo che auspico, il tuo ritorno per riascoltare le nuove esperienze che hai vissuto, i nuovi mondi che hai esplorato, le altre vite che hai incrociato. Ti saluto amico mio, dalla tua amica che non smetterà di volerti bene

Rosalinda

Quando l’omosessualità sarebbe un problema come l’eterosessualità

Pochi giorni fa mi è capitato di vedere la trasmissione del noto giornalista Bruno Vespa trasmessa in seconda serata, l’argomento trattato, in quella occasione, riguardava l’idea di considerare l’omosessualità una malattia o meno. Il dibattito fra i conservatori e i progressisti ovviamente è stato acceso. I conservatori sembra  che considerino il comportamento omosessuale derivante da un disordine  di natura psicologica, visione, questa, ovviamente e energicamente respinta dai progressisti che sostengono la naturalezza, in fondo ontologica ed evoluzionistica, dell’orientamento sessuale omosessuale. E’ da premettere che l’O.M.S (organizzazione mondiale della sanità) ha ufficialmente dichiarato che l’omosessualità non è una malattia, di conseguenza è qualcosa che non è sottoponibile a una cura. Ma la lettura di un brano da parte di Vespa ha quasi posto un dubbio riguardo alla dichiarazione dell’O.M.S. . In realtà, l’O.M.S. definisce malattia, o deviazione, l’omosessualità solo quando un orientamento sessuale, in fondo se riflettiamo anche eterosessuale, è sintomo di un disturbo psichico di altra natura. Tento qui una spiegazione per non incorrere in fraintendimenti o equivoci.

 

Se un atteggiamento sessuale non regolare è il frutto di un disturbo di base derivante  ad esempio da un pessimo rapporto con i genitori, questo atteggiamento sarebbe, formalmente, da considerare malattia (anche se ammettiamo che è un termine brutale), ora, in base a questo discorso, qualsiasi atteggiamento morboso, quindi non tendenzialmente regolare, è identificabile come frutto di un disturbo anche lieve. La difficoltà della diagnosi sembra proprio nell’individuare la differenza di un’omosessualità naturale da un’omosessualità che invece si presenta come uno sbocco di un problema presente in origine, di quest’ultimo caso infatti la canzone di Povia ne è l’esempio lampante. Per essere più chiari, la natura psicologica della nostra specie, ovvero la coscienza umana essendo complessa, appunto, per sua intrinseca natura, può far emergere un problema o un disagio, lieve o grave, in svariati modi: c’è chi ad esempio ha difficoltà di adattamento ad uno stile di vita e l’insofferenza la può esprimere con gli attacchi di panico, c’è chi ha altri tipi di cause di problemi che li può esprimere con l’anoressia ecc.; la psiche istituisce forme diversificate per esprimere, oltre a un disturbo, anche semplici disagi. Ora, essendo stata la canzone di Povia la causa scatenante del dibattito, sembra, quella del povero Luca, non una guarigione da una malattia, ma una ripresa da un disturbo che non era chiaramente la sua temporanea omosessualità, bensì l’ombra della madre nel rapporto con le altre donne. L’omosessualità, in quel contesto, era solo una via che il vero disagio originario aveva, per dir così, preso a prestito, per esprimersi in una forma specifica. Un altro esempio che posso proporre può essere la smodatezza nell’alimentazione o nel mangiare smodatamente un tipo specifico di alimento, tale smodatezza può essere fraintesa con la golosità, ora, molte persone possono risultare golose, ma di certo non tutte possono essere considerate smodate nell’alimentazione o addirittura bulimiche. La smodatezza va riconosciuta solo come tale, la golosità invece è di altra natura, è solo una propensione, è solo una maggiore preferenza naturale verso un tipo di alimento o di alimentazione. Considerare, dunque, l’omosessualità una malattia sarebbe come considerare la golosità in sé una malattia, ma noi tutti sappiamo che la semplice golosità è solo una tendenza naturale che qualche soggetto può costituire, è chiaro da ciò che se diventasse morbosa inizierebbe a insorgere la questione che non sarebbe in fondo derivante da un aumento di grado della golosità, bensì da un problema di altra natura. Uno psicoterapeuta degno di questo nome, sa bene ad esempio che un bulimico non lo si aiuta semplicemente e banalmente dicendogli di mangiare meno, ma sa invece che l’azione smodata dell’alimentazione bulimica spesso ha un’origine di natura diversa dalla sola causa alimentare e che la bulimia è solo l’effetto reale attualizzato di quell’origine coopresente. Ripeto, come vi possono essere espressioni di problemi inconsci nella sessualità ad esempio la pseudo-omosessualità e la pseudo-eterosessualità, si possono verificare espressioni di problemi nella sfera alimentare, sociale, caratteriale ecc. . A seconda di come un soggetto è, un problema di fondo lo si può esprimere nelle forme più svariate e, infatti, lo psicoterapeuta serio si distingue dalla capacità di saper individuare un modo d’essere o di fare, procurante al soggetto un consapevole o inconscio disagio, non coincidente con l’essere autentico del soggetto stesso. Su questa base ha più fondatezza la posizione dei movimenti gay che constatano le realtà di molti soggetti effettivamente omosessuali, ma che, per abitudine culturale, si trovano a vivere una vita eterosessuale, sia da sposati anche con figli, sia da fidanzati. A questo punto gli psicoterapeuti seri dovrebbero lavorare nella società sia per aiutare gli omosessuali che indossano erroneamente l’abito culturale dell’eterosessualità e che, per tale ragione, presentano dei disagi, quindi a superare la mancanza di coincidenza della loro natura sessuale omosessuale con l’abito culturale adeguato, sia, a loro volta, aiutando chi indossa l’abito culturale dell’omosessualità impropriamente, nei casi in cui l’omosessualità stessa si verifica come espressione di un disagio di altra natura non coincidente con la propria natura eterosessuale. La coincidenza del soggetto con quel che è e con quel che appare e, quindi, il benessere psichico del soggetto stesso, deve essere l’unica attenzione e preoccupazione dello psicoterapeuta, altri arbitrii ideologici sono forzature antiscientiste professionalmente scorrette e moralmente riprovevoli.

Il caso Eluana fa ancora riflettere

Il caso Eluana fa ancora riflettere. Andando subito al dunque, quel che fa riflettere, pensare e un po’ mi lascia perplessa è l’ever notato l’atteggiamento degli atei fortemente propensi alla morte di Eluana quando era ancora in vita. Quelli che, disinteressatamente e paradossalmente, ho compreso anche se non condiviso, in tutta quella faccenda, sono stati proprio i cristiani a favore della morte di Eluana. Parlare di liberazione per un cristiano sognifica parlare di qualcosa di cui si è consapevoli che continuerà a esistere, anche sotto altra forma, liberazione significa per un cristiano abbandono di uno stato per raggiungere un altro stato o condizione. Ma per un ateo che esprime un giudizio su di uno stato di coscienza, quando usa il termine liberazione da, sa bene di cosa sta parlando? Conosce i veri significati delle parole? Per chi formalemente non crede nella continuità dell’energia spirituale liberare da una condizione non implica la trosformazione-passaggio da uno stato a un altro, bensì la fine di uno stato implica l’annullamento, il nulla. Gli atei, o chi specificamente non crede nella trasformazione-sopravvivenza dell’energia spirituale, non sono giustificati nel momento in cui predicano la morte di una persona ipoteticamente sofferente, la loro richiesta non è una richiesta di liberazione, ma di annullamento, la liberazione sarebbe solo parziale, liberare da, per svanire nel nulla. Che senso ha, secondo la loro concezione, la richiesta di liberazione che è, in fondo, richiesta di annullamento?! Quel che è realmente successo, col caso di Eluana (come se fosse l’unico) è che si è rivelato un nervo scoperto che è stato però messo in disparte o è stato velatamente coperto. In realtà la situazione, di chi è nella condizione simile a quella in cui era Eluana, è drammatica per la ragione che queste famiglie  e questi “pazienti” sono lasciati a loro stessi. La solidarietà al padre di Eluana andava e andrebbe data per il peso psicologico della situazione e non nell’arrogante convinzione che la morte causata fosse la soluzione  o la liberazione. Il caso di Eluana è servito alla destra berlusconiana per fare i suoi comodi e alla sinistra per controbattere Berlusconi nuovamente con la forza del nulla, con l’assenza di argomenti e di proposte (ormai tipico della sinistra allo sbando). Il testamento biologico è una forma  di sviamento ulteriore delle responsabilità di uno Stato, non si parla infatti di dignità del bisognoso e dei diritti-bisogni dei familiari, bensì della possibilità di una persona di decidere, in un altro stato, se vivere o meno in certe condizioni. Ora, non contesto la questione in sè su cui andrebbero fatti studi ulteriori sugli stati di coscienza, bensì il fatto che si ignori effettivamente la vera questione: quanto, chi vive in certe condizioni e i parenti di questi, sono effettivamente e adeguatamente assistiti nel nostro paese? La questione del testamento biologico è il surrogato della  vera questione. Quel che viene ignorato è il punto di vista di chi è nello stato di coscienza diverso da quello tipico della specie umana. I problemi vengono sempre affrontati, nel mondo laico di cui io, in linea generale, mi sento parte, dal punto di vista della nostra condizione, ma mai dal punto di vista della condizione del bisognoso. Quando la nostra civiltà, laica-occidentale, inizierà ad abbattere l’antropocentrismo spontaneo delle proprie categorie, ritenendole scioccamente universali, allora la specie umana inizierà ad intravvedere un barlume di speranza.

 

Consiglio la visione di un film noto e bello che hanno, forse non casualmente, trasmesso recentemente in TV: ” L’olio di Lorenzo”, viene qui posto il disperato punto di vista dell’ “altro”, del sofferente e dei sofferenti.

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