Libertà intellettuale, libertà vitale

Ho effettuLIBERT1ato la mia iscrizione all’UAAR (unione degli atei e degli agnostici razionalisti) per l’anno 2016; prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, particolarmente su quanto fosse coerente una scelta simile proprio perché non ho mai fatto mistero della mia fede. Una opzione simile è principalmente una scelta politica, per quanto si possa definire politico un atto associativo. Ho sempre creduto nell’importanza della laicità dello Stato, laicità che non vuol dire necessariamente ateo, bensì logico; una logicità, però, non collegata alla disumanizzazione dello Stato in quanto tale. Anche uno Stato laico deve porsi, quindi, questioni etiche senza eluderle. La mia scelta è dipesa dal fatto di essere consapevole (da sempre) di un’ingerenza invadente della Chiesa Cattolica romana negli affari di Stato (per qualche accenno sul potere cattolico si veda l’intervento del Deputato Mattia Fantinati al meeting di Comunione e Liberazione). Come si concilia, però, una scelta simile col mio stato “spirituale” di fede? Ho compreso, semplicemente, che anche la fede, come ogni cosa della nostra vita, è in movimento, muta. Noi (uso il noi in senso generale) spesso siamo abituati a ragionare in modo manicheo, ovvero dualisticamente: o dentro o fuori, o bianco o nero, la realtà invece ci dice ben altro, la realtà è fatta di sfumature. La fede è una realtà psicologico-ontologica e anche questa si sottopone alle leggi di cui è costituita la natura, si trasforma; alcuni la perdono, altri la rafforzano, altri ancora riescono a comprendere cose ulteriori. Per quel che mi riguarda, attraverso lo studio, la mia fede si è evoluta in altro. La mia fede, però, non la metto alla mercè dei più; è un’esperienza personale, è un vissuto che ha costituito l’evento nel mio Io attraverso questo “dono ontologico” (non una scelta quindi), un dono che nemmeno un’autorità istituzionale religiosa ha diritto di sondare. Per quel che mi riguarda sento abbandonata e, quindi, obsoleta una visione antropomorfica di Dio, quel tipo di religiosità che Albert Einstein attribuiva allo stadio della religione morale; diversamente, invece, accresce la consapevolezza di un legame col tutto e, in questo legame “dinamico” col tutto, in continuo movimento, non c’è spazio, appunto, per gli antropomorfismi e la postura ideologica tribale delle religioni positive. Però il mio cervello, ancora arcaico forse, non ha ancora sviluppato un altro linguaggio per pensare-dire la Cosa che è.
Allo stato attuale faccio un’enorme fatica a credere che ci sia gente convinta che il mondo in cui viviamo sia stato generato in modo “letterariamente” creazionistico, come faccio fatica a credere che ci sia gente che rifiuti la straordinaria ed elegante, per usare un’espressione di Dawkins, spiegazione darwiniana della selezione naturale in merito a come le specie si siano evolute. Sono convinta che se Dio esiste prima o poi, evoluzionisticamente, come specie, lo incontreremo strada facendo”.
La mia scelta è anche una scelta di campo in senso mondano, se vogliamo intenderla in questo modo, non mi trovo minimamente concorde, quindi, con visioni così antropomorficamente primitive della fede. I teologi, e non solo, sanno benissimo che le Sacre Scritture sono in realtà allegorie. Chi vive la tensione conoscitiva non può che sentire superate certe forme. Un vero Catechismo laico lo possiamo trovare nelle acute riflessioni della filosofa Simone Weil in: Lettera a un religioso (di cui consiglio vivamente la lettura). Le parole e domande della Weil tuonano perché in Lei troviamo la profondità della persona di Fede e l’esigenza irriducibile dell’intellettuale che non si accontenta delle risposte delle soluzioni comode: trapela tutta la tensione di un filosofo vivace che si pone domande e cerca, appunto, risposte; perché la filosofia dà risposte a chi sa domandare. Come sottolinea Giancarlo Gaeta: << […] l’unione personale col Cristo presuppone per Simone Weil la totale libertà delle facoltà dell’amore, della fede e dell’intelligenza, che nella contemplazione dei misteri proposti dal dogma trovano un nutrimento proporzionale alla loro crescita, ma a condizione che tale libertà sia accuratamente preservata, che in ogni momento ciascuno si senta libero di esprimere nel proprio linguaggio la parte di verità di cui ha conoscenza, piuttosto che essere costretto ad assumere preventivamente il linguaggio della Chiesa come norma>> (Simone Weil “Lettera a un religioso” Adelphi pp.114, 115). Chi vive la tensione della conoscenza, quindi, non può rinunciare a cercare la verità, anche perché in questo modo si può dare luogo all’altra faccia della stessa medaglia delle religioni positive, lo scetticismo paralizzante. Ora, lo scetticismo paralizzante che dà luogo anche all’ateismo, non lo trovo una cosa in sé negativa. La laicità dello Stato non si invoca a difesa di una fetta di popolazione credente di questa o di quell’altra religione, bensì è la difesa, fin dove possibile, di tutti i cittadini che siano essi di diverse religioni, etnie, orientamento sessuale, ma anche atei. Ad esempio, da quanto scrive Richard Dawkins, pare che gli atei siano particolarmente “snobbati” nella società americana. Uno Stato laico deve essere sinonimo di garanzia e pari dignità per tutti i cittadini, questa è la vera forza delle libertà occidentali, in antitesi con le teocrazie islamico-orientali. I valori dell’Occidente, per quanto siano anche costituiti da grandi contraddizioni e difetti (si veda il pensiero unico delle società capitaliste-consumiste), sono valori che lasciano spazio alle libertà individuali o almeno in teoria. Quindi, lo scetticismo paralizzante non lo si deve intendere come una privazione di libertà nei confronti di chi pone valori diversi dai nostri, ma al contrario, si presenta come un limite alla possibilità di conoscenza in quanto determina e sancisce lo stato di ignoranza (non sapere) assoluto e, in quanto tale, non si fa promotore di ricerca. Non ho definito casualmente lo scetticismo paralizzante l’altra faccia della stessa medaglia degli integralismi religiosi, anche occidentali, perché, come questi, lo scetticismo è una paralisi all’evoluzione culturale, una battuta d’arresto per la ricerca della verità delle cose. Se lo scetticismo, invece, risultasse un mettere in dubbio sulla base di analisi sensate e sprona alla ricerca della verità, allora lo scetticismo non risulta più elemento negativo, ma fondante, il dubbio è la spinta alla ricerca, al dibattito, alla messa in questione. Infine, la saggezza delle parole di Simone Weil esprimono un significato profondo che sanciscono, anche per un credente, la libertà intellettuale, una libertà di scetticismo e di ricerca della verità, di quella parte di verità di cui si ha conoscenza, esprimendola con i criteri che si ritengono più adeguati in merito a quel sapere, senza soggezione di alcuna chiesa e senza che ci si senta costretti ad aderire ed assumere preventivamente i concetti ed il credo di quella singola chiesa. La libertà intellettuale è, in questo senso, una libertà vitale non solo per la specie umana, ma anche per la Chiesa che, per alcuni versi, è riuscita ad evolversi grazie alle libertà delle società.
Concludendo, la scelta di aderire all’UAAR è una scelta, oltre che politica, forse soprattutto intellettuale che vuole fondare la libertà individuale senza rinunciare alla realtà della propria esperienza di fede, un’esperienza non paralizzata da certezze assolute, ma stimolata da un atteggiamento di ricerca che metta in questione tante sfaccettature della stessa fede e della realtà delle cose.

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