Libertà intellettuale, libertà vitale

Ho effettuLIBERT1ato la mia iscrizione all’UAAR (unione degli atei e degli agnostici razionalisti) per l’anno 2016; prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, particolarmente su quanto fosse coerente una scelta simile proprio perché non ho mai fatto mistero della mia fede. Una opzione simile è principalmente una scelta politica, per quanto si possa definire politico un atto associativo. Ho sempre creduto nell’importanza della laicità dello Stato, laicità che non vuol dire necessariamente ateo, bensì logico; una logicità, però, non collegata alla disumanizzazione dello Stato in quanto tale. Anche uno Stato laico deve porsi, quindi, questioni etiche senza eluderle. La mia scelta è dipesa dal fatto di essere consapevole (da sempre) di un’ingerenza invadente della Chiesa Cattolica romana negli affari di Stato (per qualche accenno sul potere cattolico si veda l’intervento del Deputato Mattia Fantinati al meeting di Comunione e Liberazione). Come si concilia, però, una scelta simile col mio stato “spirituale” di fede? Continua a leggere

Annunci

Cambiare “il mondo” lavando i piatti

Le rivoluzioni si possono fare nei piccoli passi del quotidiano, ogni piccolo cambiamento nella propria vita è un progresso del proprio essere.

Dal primo giorno della mia permanenza nella Valle degli Elfi, la prima regola di cui il mio amico Attilio mi ha informata è che ognuno deve lavare il piatto, o altro, che ha sporcato. Questa sembra una regola sciocca, ma se dovessimo pensare, la mansione che ognuno può assumere sgravando ad un altro l’impegno di lavare i piatti di tutti i commensali permette, appunto, di non far pesare a uno solo il lavoro. E’ una specie di spontanea catena di montaggio. Il lavare altre cose come i tegami ecc. sono lasciati a discrezione personale, praticamente ognuno può decidere liberamente se fare in più anche il tegame sporcato per cucinare, tutto comunque viene lasciato a propria discrezione. La spontaneità della libera scelta, quindi, mette nella condizione di decidere volontariamente di lavare quei tegami in più. Personalmente credo che la soluzione migliore potrebbe essere, forse, oltre al fatto che ognuno si lavi il proprio piatto, ognuno, a turno ciclico, potrebbe lavare solo un tegame che si è dovuto sporcare per cucinare. In altri termini, se si dovessero sporcare ad esempio tre tegami, a turno variabile ognuno, volontariamente, lava uno solo degli utensili sporcati, uno lava un tegame, un altro lava l’altro tegame, un altro ancora lava l’altro tegame ancora; questo per non far gravare la pulizia di tutto gli utensili usati, al di là del proprio piatto, ad uno solo. Sarebbe davvero un buon modo di vivere la commensalità senza poi doversi lavare pile di piatti e tegami che ci ritroviamo alla fine di un pranzo, soprattutto se ci sono stati ospiti. Ora, tutto questo è singolare perchè, prima di tutto, non si concepisce l’ospite come colui/lei che deve essere servito, ma l’ospitato è davvero messo alla pari dell’ospitante, riflettete: se questa non è una forma sincera di vera ospitalità?! Far sentire l’ospite come uno di casa al punto da fargli lavare il suo piatto, semplicemente trattato al pari di tutti, è qui che si gioca l’accorciamento della distanza fra l’ospitato e l’ospitante, l’ospitato, infatti, entra già negli usi del contesto in cui si trova. Tutti, quindi, hanno più o meno lo stesso ruolo in queste piccole cose, o abitudini quotidiane, si crea così l’uguaglianza che non è un violento appiattimento, bensì un equo ruolo sociale nella convivenza comunitaria e, nello specifico caso, nella commensalità. Tutta questa visione, infine, va ben oltre l’idea di turismo e turista, avventore distaccato dei luoghi, consumatore del tempo e degli spazi, bensì la persona diventa parte integrante del contesto, si adegua, ma porta con sè comunque il suo vissuto che arricchisce lo stesso luogo. L’Io si fa custode e fonte di arricchimento di quell’esperienza.

Ripeto qui quello che ho scritto nel post precedente, in questo modo si vive il da farsi in forma spontanea, proprio perchè ci si sente volontariamente, per un senso di piacere, utili alla comunità. La regoletta elfica, quella che ognuno si lava il proprio piatto, credo che abbia in sè un grande valore, ovvero l’indicare che nessuno è il servo di nessuno; è un piccolo gesto quotidiano che entra a far parte delle abitudini culturali degli individui, per questo ho iniziato il post con la consapevolezza che: le rivoluzioni si possono fare nei piccoli passi del quotidiano…! E, anche per questo, ad oggi, compio un piccolo sforzo per dare seguito a questa semplice abitudine nella mia casa, di modo che possa ricordarmi e mettere in pratica che nessuno, ovunque, sia il servo di nessuno.

cellula.indipendente@gmail.com

Sono ancora viva, forse più viva di prima

Inserirò in questi giorni post che trascrivono alcuni appunti presi durante la mia permanenza nella valle degli Elfi; di appunti scritti in giorni specifici ce ne sono solo due, ovvero i due del secondo e del terzo giorno dopo il mio arrivo nella valle pistoiese, fra i dieci che ho trascorso, tale decisione è stata presa perchè ritenevo giusto acquisire l’esperienza nella sua interezza, esattamente dopo la mia completa permanenza. Credo che il resto potrà riaffiorare con riflessioni successive, ma per iniziare lascerò a breve le prime impressioni che ho avuto. Sono pensieri sparsi, a volte ripetitivi, a volte descrittivi, ma forse è l’espressione adeguata per un tempo elfico che va narrato in questo modo, quasi una ricerca di un tempo perduto, un luogo dove si trovano pensieri, anche diversi, che si intersecano, si fondono, si chiariscono, si identificano; un luogo di una memoria che è questa miscela virtuale di tanti vissuti che si affollano.

Posso solo dirvi che l’esperienza elfica mi ha fatta sentire viva, più viva di prima, per quel vissuto metafisico e umano che mi ha donato e, forse per questo, ma anche grazie ai tanti volti incontrati, qualcosa dentro di me è cambiato.

 

Fra un popolo nudo per una terra fertile

A giorni mi cimenterò in una esperienza di montagna che definisco al di là dell’idea di escursione. La zona è in Toscana, tra le montagne pistoiesi. Mi ritroverò in villaggi di gente che amano chiamarsi elfi, come i personaggi fantastici. Questa gente intorno agli anni ’70 ’80 si è trasferita in alta montagna occupando terre senza proprietà, brevemente, per il rifiuto ideologico dei principi della civiltà come ad esempio il consumismo esagerato, infatti, una delle caratteristiche di questi villaggi, anzi forse la caratteristica essenziale, è l’autoproduzione, ovvero consumano quel che essi stessi producono. Possiamo immaginare che gli elfi abitando nei piccoli villaggi privi di comodità che noi conosciamo, hanno uno stile di vita legato a quel che la terra offre quotidianamente e stagionalmente.

La mancanza di acqua corrente e per questo il dover stare in una condizione di igiene un po’ precaria, dal punto di vista di una civilizzata, mi desta un po’ di preoccupazione, ma in questo vorrei confidare nella natura perchè è vero che una scarsa igiene può portare problemi dal punto di vista igienico-sanitario, ma è altrettanto vero che condizioni, ovviamente non eccessive, di scarsa igiene aiutano a migliorare la funzione delle difese immunitarie. Un professore della facoltà di medicina di un mio amico, prima di iniziare la sua consueta lezione, esclamava: “beata sporcizia!” E se davvero un po’ di sporcizia ci aiuta, allora che ben ben venga anche questa.

Forse l’impatto più forte che potrò subire è quello di costume, nel vero senso della parola, ovvero l’impatto che riguarderà esattamente una cultura priva di strutture mentali della nostra civiltà. Per non dilungarmi troppo in giri di parole vi pongo un esempio chiaro: l’amico che mi ha invitata a vivere questa mia permanenza elfica, mi ha detto che molto probabilmente li troveremo a lavorare nei campi completamente nudi. Avete letto bene, completamente nudi; questo può essere, per me che sono ancora abitudinariamente legata alla civiltà, una fonte di imbarazzo, ma confido nel senso dell’assuefazione di cui noi esseri umani siamo disposti. Con tutta sincerità credo che, come abbiamo acquisito l’abitudine del pudore, delle maniere a tavola ecc. e, ancora più profondamente, del senso di colpa, possiamo anche ritrovare i modi più naturali di convivenza reciproca e di adattamento senza tutte quelle sovrastrutture create nella storia della civiltà, sovrastrutture che forse sono la vera causa delle nostre nevrosi.

In cuor mio, vista la consapevolezza di dover dare una mano nei campi, spero di non fare la solita figura della civilizzata che non riesce a tenere in mano nemmeno un attrezzo e che riesca a rendermi utile dando loro un aiuto sopportando la fatica del lavoro fisico, ma soprattutto spero che questa esperienza, più di ogni altra cosa, possa arricchirmi dal punto di vista umano, facendomi superare certe nevrosi e rigenerandomi, in questo modo, nel corpo e nello spirito con l’aiuto di Dio.

Vi aggiornerò nel caso dovessero venirmi altri pensieri.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: