Beppe Grillo – Le idi di marzo

Dal post dell’11 dicembre 2012, un Beppe Grillo infastidito risponde alle critiche mosse sulla democraticità delle Parlamentarie del Movimento. Premetto che condivido la maggior parte di quello che ha detto, tutto, o quasi, tranne le battute finali. Al nostro amato Grillo nazionale, colui che si è definito capo politico del Movimento cinque stelle, piace tanto tirare troppo la corda. Chi dissente, dice: <<[…]fuori dalle palle[…]>>. Non voglio essere buona in modo gratuito, ma sincera. Grillo e company faranno tanti errori, è umano, ma uno grande lo stanno già facendo, quello di essere troppo duri e perentori con chi pone loro delle domande. Chi fa domande, chi fa la parte del famoso avvocato del diavolo, è il più grande alleato, perché è disposto, prima di tutto, se crede davvero nella bontà dei princìpi, ad ascoltare la risposta, poi a trovare i punti di incontro delle questioni e spesso si mobilita per cercare, insieme, la soluzione dei problemi. Non mi riferisco a coloro che fanno pseudo-domande, ovvero coloro che sputtanano il Movimento prima di porsi e soprattutto di porre domande, alla fine dei conti solo perché il loro mandato, secondo il regolamento, sta per scadere, bensì mi riferisco a coloro che si pongono domande vere e serie proprio perché ci tengono al Movimento stesso e al suo progetto. Grillo e lo staff devono capire che l’avvocato del diavolo serve a rendere più forte una tesi, questo lo sapevano benissimo gli scolastici medievali che con le loro questio si allenavano dialetticamente per capire e scoprire se una tesi potesse reggere agli attacchi delle opposizioni e capire appunto, grazie a questi ultimi, quali fossero le falle della tesi originaria per correggerne il tiro. Sottovalutare il valore di chi solleva, all’interno del Movimento, dei dubbi, liquidandoli con un: <<[…]fuori dalle palle[…]>>, è un vero errore. Chi segue ciecamente il capo non fa del bene, perché non fa crescere con le correzioni, che pervengono attraverso i dubbi, il Movimento stesso. Grillo e soprattutto Casaleggio, saranno dei grandi maestri della comunicazione, ma riguardo alla comprensione di alcuni fenomeni e nei confronti della sapienza in sé, sono ancora all’ABC.

Caro Grillo, chi ti segue ciecamente nel Movimento cinque stelle, senza mettere mai in discussione la tua volontà, ti sta facendo del male, non solo per le ragioni che ho esposto precedentemente, ma anche perché nel momento in cui questi non vengono o non verranno adeguatamente ricompensati, in quanto parte del Movimento, saranno i primi a tradirti e a tradire gli altri, aspettati da loro “il bacio”, perché da altri riceveranno trenta denari. Ama chi ti pone domande serie perché in loro c’è volontà sincera e matura e soprattutto c’è spirito di verità.

Essere nel fare senza essere schiavi del “dover essere”: gli elfi sono liberi di essere

Sono trascorsi tre giorni dal mio rientro e se devo essere sincera mi è presa una grossa malinconia mista a nostalgia, dovrei pensare alla tesi da finire, a quello che vorrei fare dopo la laurea e invece sono qui a scrivervi e già a meditare un’altra partenza per le montagne pistoiesi fra gli amici elfi (mi sono persino comprata un altro zaino più leggero di quello che ho). So già che quando ritornerò, se ritornerò, non sarà più lo stesso, perchè tutto cambia, cambio io, il modo di vivere e vedere le cose, saranno cambiati loro, insomma, come ogni cosa della natura, qualcosa si sarà trasformato. Meditare sul fatto che non penso al mio post-laurea, mi ha fatto tornare in mente il confronto che ho avuto con alcuni ospiti dell’Aldaia. Questi mi hanno ricordato che, nel mondo comune, il modo di vivere la conoscenza immediata è basato sul fare, mi spiego meglio: intendo dire che la prima cosa che si chiede dopo il nome, a una persona, è cosa fa questa nella vita, il fare è culturalmente il centro nevralgico della nostra società. Dagli elfi ho notato che nessuno mi ha mai chiesto cosa facevo nella vita, semplicemente, dopo ho capito che loro non concepiscono la persona per quello che fa in senso stretto, ovvero puramente dal punto di vista dell’occupazione, alcuni sociologi lo definirebbero dal punto di vista dello status sociale, ma semplicemente per quello che è, quello che fa una persona è solo una parte, però non primaria. Mi è sembrato che fra gli elfi, per quel tipo di stile di vita, emerge la componente del fare in senso più totale, non strettamente inteso verso un mestiere che si svolge. Infatti, io stessa in quel contesto non vedevo ognuno di loro per il ruolo che svolgevano nella comunità, anche perchè il ruolo è abbastanza versatile, ma li vedevo, e adesso li ricordo, con le caratteristiche del loro modo di essere, di porsi: è, quindi, tutta la persona che si presenta a livello socio-interpersonale, la singola persona non viene ridotta al suo lavoro e, di conseguenza, non è nemmeno qualificabile ad uno status. La prima persona che mi ha chiesto cosa facevo nella vita, infatti, era un ospite come me, ma gli elfi non me l’hanno mai chiesto, solo sentendomi parlare, in altre conversazioni, credo abbiano potuto capire cosa facevo nella vita. L’impegnarsi in attività per la sopravvivenza sembra non sia un prestigio particolare, ma semplicemente un giusto darsi da fare, il resto del proprio modo di essere è espresso per quello che è, ma soprattutto è espresso senza frenesia, senza doversi dare da fare per far vedere che si è utili; il fare elfico è invece un fare naturale, spontaneo, un fare dove si percepisce la volontà piacevole di dare una mano alla comunità per il solo fatto che fa piacere aiutare il gruppo verso cui si ha stima e simpatia. Questo è quello che ho sentito, un fare senza alienazione dall’idea di “dover fare“, ma un fare che è donazione spontanea nella collaborazione e nel piacere della condivisione.

Dopo tre giorni, tornata a Bari, sono uscita di casa, avevo come il rifiuto della “civiltà” di fuori e ho ancora difficoltà a riprendere i contatti con alcuni amici, il web è l’unico momento di socializzazione che adesso mi sto concedendo.

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