Al ritorno dalla valle degli Elfi

Vi chiedo di non rendere questo post fonte di scandalo per voi, sia per un tratto che ho scritto sia per come è stato scritto tutto il post. Raccontando questa avventura elfica ho deciso che sarebbe uscita la parte più vera di me, perchè, semplicemente, certe esperienze come questa sono incisive per la personalità e mettono a nudo certi modi di essere più autentici contro formali ipocrisie. Questa esperienza, come mi ricordava sempre Attilio, è come uno specchio, ti mette a nudo e ti dà la possibilità di guardarti dentro, effettvamente spetta poi a noi su come, quanto e quando far fruttare la stessa. Nel tempo, ovviamente, certi momenti dell’esperienza elfica, e il racconto di esperienze che sto vivendo attualemente, mi ritorneranno in mente durante la vita, è più che naturale, la memoria funziona per rievocazione e somiglianze e certe cose, apparentemente lontane, possono far rivivere e approfondire quel che si è già vissuto. Amici mi hanno detto che non ho raccontato le cose più belle di questa esperienza, ma non posso o non riesco a raccontare quel che le emozioni provano, quello che le sensazioni risvegliano. Vi dico solo, amici miei: non abbiate paura del nuovo, vivete!

Vi scrivo adesso dopo un bel po’ di tempo. Sono al ritorno dalla valle degli Elfi nella sala di attesa della stazione di Bologna, ho lo zaino molto pesante e, per come sono conciata, sono d’aspetto pari al barbone che mi è seduto di fronte; ho il treno espresso diretto per Bari alle 23:15 e adesso invece sono ancora le 18:20. Un caffè e un cornetto dal nome nutelloso mi hanno fatto passare un’oretta qui in stazione, per il resto è ancora da vedere, deve ancora arrivare. Posso dirvi che sono distrutta, ma piena e felice per questa esperienza. Non nascondo la malinconia che provo, l’aver lasciato gli amici del villaggio Aldaia, non ho avuto, purtroppo, la possibilità di salutare tutti, alcuni mancavano quando io e Attilio siamo dovuti scendere a Piccolo Burrone per la festa della luna. E’ un momento difficile per me adesso, tra la stanchezza, la sporcizia che ho addosso e il dolore addominale che mi è venuto, sarà stato il brusco sbalzo alimentare in quanto, nell’ecovillaggio, ho mangiato prevalentemente alimenti autoprodotti. Adesso so solo che vedo le cose in modo diverso, in un’altra occasione, forse, mi sarei seduta lontana dal barbone come hanno fatto tutti i presenti nella sala d’attesa della stazione, invece, istintivamente, senza riflettere, mi è venuto di sedermi esattamente di fronte al barbone (non accanto, ho l’impressione di disturbarlo); lo sento vicino a me, lo vedo come uno di quei viandanti che il villaggio elfico ospitava, anche solo per una notte.

Piccola pausa: scarica di dissenteria… forse sbalzo d’aria (condizionatore nella sala d’attesa), o di alimentazione, o di visione di vita, non lo so fate voi, una ragione deve pur esserci.

Dunque, dicevo… quel barbone è quel genere di persona che passava dall’ecovillaggio Aldaia e si trovava a raccontare la sua storia, la sua vita, raccontare anche storie che vanno dal divertenti alle assurde, insomma uno dei personaggi di una sera che concedevano un pezzo della loro vita narrata. Adesso mi sento più vicina a loro , ai viandanti stanchi , mi sento anch’io un po’ senza tetto, un po’ straniera in questa triste frenesia dei viaggiatori dai vestiti comodi, ma sempre belli.

Quella casa aperta al mondo, quella comunità che accoglie il nuovo con ovvia naturalezza… all’improvviso ricordo quando abbiamo fatto il pane, il pane elfico dal grande forno a legna, tutto questo lo ricordo mentre due ragazzi americani seduti di fronte, ma di spalle a me (posizione dovuta dal nuovo posto derivato dalla pausa) che, conversando, bivaccano mangiando cibo del McDonald.

Ciò che mi è intorno lo sento così lontano da me, così distante, al punto da sentire me stessa così sporca e imbruttita dalla stanchezza.

Bologna 17 agosto 2008

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Dire-fare le cose “sporche” pubblicamente: rutti e scoregge liberi, genitali senza vergogna (SECONDA PARTE)

<< … Come mai il pittore olandese Paulus Potter ha potuto dipingere, senza suscitare scandalo, una mucca che urina? Perchè la mucca è un animale, e quel che è lecito a un ruminante non è lecito a Giove, quod licet bovi, non licet Jovi. Ma perchè allora non deve essere lecito anche parlarne col linguaggio appropriato, parlare cioè di una mucca che “piscia”? Il linguaggio che si adopera parlando degli animali può paragonarsi a quello che si usa coi bambini. In questo Rosenkranz è d’accordo con quel che dirà, qualche decennio dopo, lo psicanalista Georg Groddeck: coi bambini “parliamo senza problemi di pipì e pupù, di culetto e di pisellino, mentre tra adulti dobbiamo fare gli adulti e dire defecare, urinare, deretano e via discorrendo. Ci diamo delle arie, nient’altro” (Il libro dell’Es, cap. XV). Perchè dunque “la mucca che piscia” non deve offenderci? Perchè l’animale, a differenza dell’uomo, non si vergogna dei suoi bisogni. Ovviamente ciò non significa che la cosa debba di per sè avere un valore estetico: “Confessiamo che potremmo ben fare a meno del pisciare della mucca che da esso non ci viene nessuna soddisfazione estetica. E tuttavia non possiamo imporre all’animale il metro di misura dell’uomo” (Estetica del brutto, III, A).  […] Già Aristotele, nell’Etica nicomachea, riteneva che non fosse una virtù (1128b). Difatti non v’è alcun merito nel dispiacersi di qualcosa che di per sè non sia turpe. Ancor più esplicito è stato, ai giorni nostri, Tinto Brass, regista notoriamente spregiudicato: il pudore, ha affermato spudoratamente, è “la virtù delle donne senza poppe e degli uomini senza pippo” >>. (Filosofi a Luci Rosse, Pietro Emanuele, ed. Tea 2008)

Il “turpiloquio”, nel linguaggio che adoperiamo ogni giorno, è, nei limiti dell’insulto o dell’offesa, una falsa volgarità. Pisciare, cagare, vomitare, masturbazione sono termini che ci scandalizzano, ma che in realtà richiamano ad un essere  e ad un fare naturale. Siamo arrivati a vergognarci delle cose della natura, abbiamo creato, nel linguaggio, sovrastrutture eufemistiche perchè la natura è fonte di imbarazzo. E’ vero che, come diceva Kant, ogni pensiero e opinione e giudizio, ma non per questo dobbiamo giudicare o pregiudicare la natura per come ci ha fatti e per le funzioni che ci ha dato. Gli antichi, che avevano un linguaggio originario, chiamavano le cose per quello che erano, la parola coincideva con la cosa a cui facevano riferimento. La cosa era detta in un certo modo perchè era quella, semplicemente era così com’era.

State attenti quando mi incontrate hi hi hi hi che rischio di chiamarvi per nome eh eh eh eh, scherzo 😉

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