Denaro sterco del demonio

Denaro sterco del demonio questo è il titolo di un lavoro scritto da Massimo Fini che attualmente sta catalizzando la mia attenzione, ovviamente, oltre ai necessari studi per la tesi di laurea. Non è una recensione che voglio scrivere, ma una semplice riflessione, o ancor meno, un semplice pensiero da pagina di diario.

Domenica scorsa sono andata alla fiera del levante (era il suo ultimo giorno) e, un senso di disagio mi ha pervasa, era davvero tanto tempo che non ci tornavo. Girovagavo fra gli stand con quello sguardo distaccato di una persona che non si sente partecipe al contesto. Voglio premettere che, essendoci andata in bicicletta, sono entrata gratis, ma già da questa situazione è derivata una delusione, ovvero mi aspettavo delle griglie per le bici all’interno della fiera e invece erano “parcheggiate” alla rinfusa, messe li, tristemente, come evidente conseguenza di posti che sono stati cercati avidamente. La fiera ormai è un evento classico per la città di Bari, anche abbastanza noto, persino un “personaggio della sera”, che ho conosciuto durante la mia permanenza elfica, mi ha parlato dell’importanza della fiera del levante. Ora, non è tanto il commercio in sè che mi ha colpita, ma la gente comune come me. Ricordo che, quando ero adolescente, la fiera veniva vissuta come un evento totalizzante, con questo intendo dire che catalizzava la totalità del tempo, interesse, energie e in fondo anche di denaro in una intera giornata, insomma, bisognava mettersi le scarpe comode perchè “si andava in fiera”, nemmeno se fossimo andati ad una scampagnata ci saremmo preparati così! gironzolare, bivaccare, osservare, comprare, la religione Cristiana ne ha uno di Verbo, quella pagana sembra che ne abbia quattro. Il commercio era li a inculcarci desideri con i suoi bisogni indotti e noi famelici a idolatrare il dio fantoccio sorto dal desiderio del momento. Non è una critica al commercio o al denaro, ma una constatazione di cosa un’abitudine pubblica era riuscita a provocare nelle usanze e nei costumi del popolo. La ritualizzazione è alienazione e credenza in un mito, un’astrazione di spontanea arbitrarietà, quell’abitudine di contrarre abitudini (di cui ho già “discorso” trattando la questione religiosa) che ci fa macchine aliene nell’accettazione acritica delle usanze, delle tradizioni, anche le più stravaganti. La storia dei popoli è costellata di questi “costumi” passivi. A ogni popolo il Suo dio, che sia un dio ancora antropomorfico (positivo), che sia il denaro, o che sia il personaggio pubblico, il cosiddetto vip. A ogni civiltà il suo mito,  a ogni popolo il suo oppio addomesticante!

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3 Risposte

  1. religione pagana che ha quattro “verbi”?! quali sarebbero?

    ne approfitto per citare il mio post sul denaro e i “gettoni del sistema”: http://piccoloverdeelfo.wordpress.com/2008/04/10/contro-il-denaro/

    ciauuux!

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  2. gironzolare, bivaccare, osservare, comprare: questi sono i quattro verbi a cui mi riferivo. Per arrivare ad essere un consumatore in una fiera fai esattamente queste cose

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  3. Io al contrario non penso che la ritualizzazione, e le cerimonie ad essa associate, sia alienazione o astrazione di spontanea arbitrarietà, credo piuttosto che spesso, soprattutto in relazione a quella che è la loro potenziale capacità di muovere un’intera comunità, possano rappresentare un momento di forte condivisione, che è per me uno dei valori più importanti e spesso dimenticati della società in cui viviamo.

    La storia dei popoli e dei suoi costumi è anche storia di condivisione e la condizione di alienazione in cui spesso si trova l’uomo parte delle volte da egli stesso, dall’incapacità di porsi delle domande, dall’assenza di uno sguardo critico. Molto di ciò che viviamo è tale anche e soprattutto in relazione al modo in cui lo viviamo e lo sentiamo, non a caso uno stesso avvenimento può essere vissuto da mille persone in mille modi diversi tra di loro.

    Io penso piuttosto che la nostra “abitudine di contrarre abitudini” nasca dalla nostra incapacità di ascoltare le emozioni legate a ciò che facciamo. Diventiamo macchine aliene proprio nell’”accettazione acritica delle usanze”, ma questo non dipende dalle usanze e dai riti stessi, che invece secondo me hanno un’enorme importanza, ma da noi e da come siamo in grado di viverle.

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