Giustizia e carità. Fra Stato e Chiesa

In questo post mi accingo ad affrontare un “discorso” delicato, ma interessante che riguarda una parte della prima enciclica di papa Bendetto XVI: Deus caritas est, ovvero la parte relativa alla giustizia e alla carità. Non è nuovo Ratzinger nell’affrontare l’argomento sulla realtà difficile che l’ideologia marxista ha messo in evidenza, ovvero, brevemente, il bisogno di giustizia per ovviare a quelle “differenze” tra le classi sociali che sembrano essere, appunto, la causa delle ingiustizie. Sull’ammissione delle ingiustizie, Ratzinger basa una chiarificazione tra il ruolo della politica o dello Stato e il ruolo della Chiesa; il primo orientato il più possibile verso la giustizia, in tutti i sensi, la seconda orientata invece verso la carità. Ci sono differenze fra l’una e l’altra, infatti, la giustizia ha un orientamento all’organizzazione politica-sociale, la carità di per sè è un atto del qui ed ora inteso come donazione di sè e non solo come un darsi da fare per l’immadiato. In breve, la carità è intesa come un darsi basato sulla gratuità dell’amore, un aiutare nell’immediato donando insieme anche lo Spirito di ricchezza che un atto d’amore può contenere, una ricchezza che si fa tale proprio perchè si dona. L’atto di carità, quindi, è un circolo virtuoso << perchè l’uomo , [appunto], al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore >> (Benedetto XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006 pp. 65/66). In questo contesto Ratzinger sottolinea l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa citando sia S. Agostino riguardo alla distinzione di dare a Cesare ciò che è di Cesare e di dare a Dio ciò che è di Dio, sia il Concilio Vaticano II riguardo all’autonomia delle realtà temporali. Ora, nonostante tali ammissioni, bisogna ammettere che ci sono delle intrinseche ambiguità in alcune parti dell’enciclica, egli riconosce che lo Stato si incarica eticamente del perseguimento della giustizia, ma sulla luce di quanto appena evidenziato, Ratzinger considera che << la dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale […] essa vuole servire la formazione della coscienza della politica e contribuisce affinchè cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale >> (ibidem p. 61). Ma ancora: << […] la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinchè le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili >> (ibidem p. 61). Anche se Ratzinger fondalmentalmente finalizza questo discorso principalmente verso l’importanza della carità come azione di testimonianza autentica,  nelle parole sopra riportate c’è un’ambiguità che richiama l’ingerenza della Chiesa nello Stato. Argomentare sul diritto naturale e poi offrire il contributo per l’esigenza di giustizia che presenta l’ordine politico-sociale, rimane sempre e comunque un argomentare secondo forzatura, soprattutto quando l’esigenza diventa pratica. Ad esempio la spinosa questione delle coppie di fatto, come possono essere le coppie omosessuali, ma anche eterosessuali non cattoliche, sono un’esigenza pratica di ordine politico-sociale dove tutta la forzatura di una “Chiesa temporale” può far sentire il suo peso con tutte le ingiustizie politiche, sociali e ontologiche che comporta. Lo Stato in quanto temporalmente autonomo deve garantire il limite di ispirazione o ingerenza che una fede, qualunque essa sia, può porre; un fedele laico che opera nella politica, nel momento in cui intraprende la vita di Stato, si deve rendere conto dell’importanza della laicità del suo servizio a garanzia dell’imparzialità del servizio stesso che la carica gli impone. L’imparzialità deve essere basata sul rispetto verso tutte le religioni che deve garantire e, di conseguenza, verso tutti gli stili di vita leciti che deve difendere o addirittura promuovere. In altri termini, si all’ispirazione di fede e al confronto, ma limitata dalla libertà di esistenza ontologica della presenza di chi da quella fede o religione non si sente ispirato o, cosa ancor più difficile da comprendere, se ne sente ispirato nella sua essenza sostanziale più che nella sua forma istituzionale. La religione aiuta lo Stato ad essere attento verso certe tematiche e soprattutto ricorda e alimenta l’autenticità essenziale della fonte di giustizia, ma altrettanto la laicità dello Stato aiuta comunque la religione ad informarsi di una realtà sociale che è in continuo cambiamento.    

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4 Risposte

  1. amica! qui tocchi un tema SPINOSISSIMO!!

    c’e’ chi in nome della laicita’ vorrebbe tappare la bocca alla chiesa, ma non credo sia questo il punto. credo che la chiesa abbia il diritto di esprimersi, ma il guaio e’ che lo fa in modo sbagliato!
    sarebbe utile distinguere tra “le cose del vangelo”, “le cose giuste” e “le cose cattoliche”.
    le prime due piu’ o meno coincidono – e possiamo dire che il messaggio di 2000 anni fa e’ buono.
    il guaio e’ che il messaggio della chiesa oggi e’ in gran parte mera repressione sessuale! omosessualita’, aborto, liberta’ sessuale, e magari anche divorzio..

    sembrano questi i temi piu’ importanti quando ci sono ben altri problemi!
    giustizia sociale ad esempio! diseguaglianze economiche, emarginazione, precariato, rincoglionimento globale, consumismo, egoismo..

    chissa’ se la chiesa un giorno si rendera’ conto di quanto e’ cieca su questi temi..

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  2. Concordo sul fatto che è un tema spinosissimo. Concedimi una battuta, il vero problema della chiesa è che è una chiesa, un’istituzione praticamente politica e questo le ha fatto perdere di vista la sua vera missione religiosa, le ha fatto perdere lo straordinario spirito religioso del messaggio Cristiano. Ma ad oggi, come dice Umberto Galimberti, la chiesa è entrata nelle camere da letto delle coppie, sposate e non, e vuole dettare legge sulla vita privata. La chiesa, come istituzione religiosa, non si occupa più del sacro, della testimonianza autentica della spiritualità, anche per questo l’uomo moderno, occidentale è in profonda crisi e crea i suoi dèi pagani come il denaro, il potere, i suoi miti come il sesso svenduto alla civiltà dell’immagine, il successo sociale, tutto questo è tutto ciò che l’uomo si è costruito perchè ha perso i contatti con il sacro, con la parte più autentica del proprio essere. Questa parte autentica è, appunto, il nostro tempo e infatti, amico mio, è proprio il tempo ciò che prima di tutto è stato sacrificato dalla civiltà moderna-industriale, una civiltà frenetica, ormai nevrotica perchè in contrasto con i tempi arcaici lunghi del nostro essere che “reclamano il ritorno alle origini essenziali con la vita”. E, in tutto questo, persino la chiesa si è adattata ai tempi moderni.

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  3. Scusa, tu dici ke la chiesa è “corrotta” e che l’uomo in crisi si lascia prendere dalla voglia di diventare ricco, famoso…insomma perde i valori autentici, ma mi chiedo se una persona crede realmente in Dio, non crede indipendentemente dalle scelte dell chiesa ( che talvolta può interpretare in modo errato il messaggio di dio).

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  4. Dico che la chiesa è corrotta in senso temporale; effettivamente si, è la spiritualità e il rapporto che ha il soggetto con se stesso, col proprio essere autentico, che fa, continuamente, di un uomo un uomo proteso verso le tendenze essenziali del proprio io. Laura, qui non si tratta di un aut-aut, chiesa si chiesa no, ma del rapporto effettivo dell’uomo col proprio essere, col sacro e con gli altri uomini, la chiesa per quanto ispirata, è sempre un’istituzione temporale, a volte può dire cose giuste altre invece esprime pensieri arbitrari e di comodo. La saggezza è nel riuscire a distinguere i momenti senza varcare il limite dell’arroganza. Bisogna trovare, ovviamente, il giusto metro per ogni contesto.

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