La crisi dell’anima postmoderna

Le più grandi malattie dell’uomo moderno e postmoderno sono malattie che hanno colpito l’anima, un’anima che oggi è lacerata dal vuoto nichilistico che l’assedia: ancora Socrate beve un’altra cicuta! Il vuoto dell’anima porta a un’irragionevole ricerca di ciò che questo vuoto, per l’occasione temporanea, può colmare. L’anima allora la si riempie di cose che non sono ad essa connaturate, è il superfluo che arriva a colmare quel vuoto, quel superfluo che la volontà cerca per non sentire questi, o almeno si illude di non sentire, ma questo vuoto non lo può togliere nessuno, non il politico delle grandi promesse, non la star irraggiungibile della musica e della televisione, non i divertimenti continui che sono tali proprio per distrarre dalla verità del vuoto di un’anima che è piena di nulla, non dalle mode investitrici e produttrici di banalità, il vuoto in questo modo, lo si può far tacere solo per un tempo breve e se con le distrazioni e il superfluo passeggero non lo si riempie, questi allora, prontamente, ci fa prorompere in una crisi. E’ forte l’urlo del silenzio che proviene dal vuoto dell’anima, è un grido che rimprovera ricordandoci del nulla che abbiamo lasciato essere. Abbiamo lasciato che l’anima si riempisse di superfluo, ma essa di altro si nutre, tutto ciò che non le è affine non le appartiene e non le è utile, l’utile dell’anima non è l’utile utilitaristico e spesso materialistico che comunemente intendiamo, soprattutto noi occidentali, altro è il suo cibo, l’ambrosia e il nettare (il cibo degli dèi); ruminare (per usare un’espressione di Nietzsche) è la sua arte autentica.
Socrate che agli abili sofisti risponde: conosci te stesso, Socrate che come i bambini domanda e si domanda che cos’è e il perché di ogni cosa, che cerca e la sua ricerca non finisce e che è tra i primi a insegnare a noi occidentali a ruminare, l’uomo più saggio e più giusto (Platone, Fedone,118A), ci ha educati a domandare e a non accontentarci delle risposte facili e sbrigative come palliative ad uno scomodo domandare che è scomodo pensare. Nell’epoca postmoderna per riascoltare l’esigenza dell’anima, l’uomo può mettersi all’ascolto silenzioso di ciò che essa ha da dirci, anche se quel che ci dice inizialmente può non piacere, può essere doloroso e purtroppo un Socrate non c’è oggi a lenire le doglie del parto (Platone, Teeteto, 148E-151D), ad attutire il trauma della caduta delle certezze canoniche, come i valori caduchi delle mode, in cui la nostra cultura, dalla nascita, ci ha educati. L’ascolto è lacerante e l’uomo occidentale nella fretta frenetica è abituato a non ascoltare, per contro deve parlare o riempire di voci e rumori lo spazio circostante, al che questi possano riempire ormai di eco il vuoto interiore. L’uomo moderno non sa più domandare, l’uomo non si sa più stupire o almeno si meraviglia dell’appariscente, ma non sa più cos’è la meraviglia originaria del mondo e ciò che tendenzialmente non colpisce l’attenzione effimera, cioè quell’attenzione di breve durata di tempo – passionale -, lo ritiene non degno di attenzione. Lo stupore originario invece è uno stupore fanciullo che vuole attenzione costante e che, come i bambini, ha bisogno di cure, quelle cure che l’anima chiede per sua stessa natura e per natura umana, ma che per troppo tempo le sono state negate.
Le domande, in fondo, quel perché innocente che i bambini chiedono e si chiedono, possono essere l’inizio di una convalescenza da un nichilismo che sempre, pericolosamente e inquietantemente, abita l’uomo.

Rosalinda Maggio

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2 Risposte

  1. Sì, ma chiunque non abbia esasperato la propria anima (se così vogliamo definirla) fino alle angosce derivanti dall’esperienza del vuoto non può sinceramente dire di poter aspirare alla verità, all’apice gnoseologico. il vero nemico dell’anima non è il vuoto ma la convenzione. il mito della caverna ci dice che il filosofo lascia le convenzioni del proprio ambiente per avventurarsi solitario nelle desolate lande del vuoto (che poi sono anche quelle entro cui concepire l’essere). poi ritorna al mondo arricchito da quel confronto con se stesso, consapevole di poter dare qualcosa di ulteriore al mondo.

    p.s. non vedo lo spazio per poter inserire il proprio nick!

    dottor benway
    http://whydontyoueatcarrots.splinder.com/

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  2. Ciao neked,l’esasperazione dell’anima (chiamiamola così)è contemporaneamente sintomo ed effetto, effetto di un’intelligenza troppo “compromessa” con le convenzioni (categorie) che tu stesso ci ricordi, ma sintomo del vuoto a cui queste convenzioni portano, si tratta praticamente di un circolo vizioso. Qundo parliamo dell’essere, andiamo ben oltre il discorso gnoseologioco infatti si apre una questione ontologica che necessita o esaspera l’esigenza di un’attenzione di cura costante e fondamentale che è la “ricerca del tempo perduto” o del “tempo reale”. Credo che l’uomo postmoderno particolarmente è in crisi perchè il tempo reale o l’anima è soffocata da un tempo meccanicisticamente determinato e questo è in forte contrasto con la libertà ontologica fondamentale di cui siamo noi tutti naturalmente costituiti.

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