Intensità del sentire. Quando si insegue il tempo perduto

Intensità del sentire, la ricerca di linee di fuga, come farsi un corpo senz’organi. Passeggiare nei sobborghi di una qualsiasi metropoli e sentire le voci dell’unico pub del quartiere, ma non hai il coraggio di entrare perchè non vuoi che leggano sul tuo volto la paura di vivere, lo smarrimento. E non esiste acido, droga o alcol che possa soffocare la sofferenza, la sofferenza di essere soli al mondo in quella misera stanza che hai preso in affitto perchè vuoi descrivere il mondo, come vive la gente nel mondo. E tu ci sei, ma la tua immagine è sbiadita, la realtà ha reso la tua immagine sbiadita, un’immagine che c’è ma che può anche non esserci, non esistere.
E finalmente hai visto un po’ di luce, la grande strada percorsa da un corteo di macchine e finalmente sul marciapiede la figura di una donna. Non è una donna dell’amore. E’ una donna. E anche lei ha voglia di parlare. Questa sera non vuole bere, vuole solo parlare. VUOL sapere chi sei, perchè ti trovi là, perchè sei arrivato in quella metropoli da chissà dove… Forse domani vorrà fare l’amore, ma questa sera vuole solo parlare, vuole comunicare la stessa ansia di vivere che hai tu, tu che sei arrivato lì a cantare un inno alla vita e al mondo. Tu che hai bisogno di passeggiare intorno alle strade del vecchio quartiere H. per vedere se le luci di questa città riescono a dirti qualcosa. La tensione all’assoluto che prende ogni essere umano, in ogni momento della giornata, anche se l’inerzia del reale ti soffoca, ti impedisce di respirare. Ti consuma. Lei ti ha teso la mano e ti ha chiesto di passeggiare tendendoti la mano. Arriva anche lei dalla provincia, case di legno e gelidi boschi ed è arrivata lì per fare la modella, ma nessuno l’ha ancora ingaggiata, dopo tanti provini e ancora niente e ti ha teso la mano per passeggiare intorno a quell’abitato. Più in là il buio e il silenzio, ma qua ci sono le luci e qualche vetrina. Ti ha lasciato, con una carezza ti ha lasciato e tu di nuovo cammini solo nella strada.
Non vuoi tornare a casa per sentire i rumori del televisore e cammini ancora per le strade, cercando qualcuno, cercando gente, cercando un angolo di strada dove ci sia gente. Per nascondere L’angoscia hai messo gli occhiali scuri. Gli occhiali scuri fanno tendenza e nascondono l’angoscia. Eravamo nati per sognare, per vivere, per creare. Ci hanno costretti all’inerzia, alla solitudine, alla disperazione, alla noia.
Quelle immagini sono un urlo. Un silenzio. Ci è stato tolto tutto. Anche la voglia di sorridere. Ci è rimasta la dignità del silenzio. Quel silenzio che ti porta a pensare. Esso è l’allusione insolita e isolata all’ascolto della voce dell’amico, alla narrazione che ogni ESSERCI porta con sè. L’analitica esistenziale dell’ESSERCI che porta questa voce in sè non è nè una antropologia, nè una sociologia, nè una morale, nè una politica perchè tutte queste discipline la presuppongono. Bisogna andare alla ricerca dell’amico dell’uomo, degli uomini.
il cigno nero è un fratello perchè non può apparire per quanto raramente di tanto in tanto se non a condizione di essere già un amico degli uomini. Deve appartenere a quella specie cui appartiene l’amico degli uomini che è l’amico della specie intera. Deve essere il fratello di questi fratelli. (J. Derrida, Politiche dell’amicizia, p. 308)
In questo senso il problema dell’amicizia si presenta come problema del dono. Gli uomini destinati a mantenere, a tenere alta la promessa del dono, la promessa dell’amicizia devono andare oltre l’uomo, devono tendere al super-uomo. In questa prospettiva l’andare oltre acquista un valore normativo che, anche quando si è realizzato fino in fondo, ha bisogno di essere completamente realizzato dall’oltrepassare, dal superamento, dal tendere a, dalla denuncia dello scarto. Gli uomini del forse non devono mai finire di interrogarsi. Interrogarsi sul senso della sofferenza, la sofferenza che deriva dalla finitudine.

di Mario Centrone

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